“I pesci non chiudono gli occhi” di Erri De Luca

“I pesci non chiudono gli occhi” di Erri De Luca

La piccola età si annida in un anfratto allergico all’oblio e lì ci resta fino all’ultimo neurone dichiarato in vita. Il dopo non ci è dato sapere per volere divino, del prima non si finisce mai di ricercare certezze.

Erri De Luca scrive dei suoi dieci anni, forse nove, forse undici, i giorni dell’infanzia non temono l’errore della candelina sulla panna, verrà il tempo in cui l’ora più piccola sarà esposta in vetrina come ultimo scampolo di seta preziosa.


L’infanzia smette ufficialmente quando si aggiunge il primo zero agli anni“.

Cinquant’anni dopo la stagione ingorda di sole toglie lo strato di polvere accumulato durante il letargo dei raggi. Dieci anni divorati a grandi morsi, adesso c’è un uomo sulla strada di ritorno, passi adulti sulle orme di lui bambino.
Estate, mare, spiaggia, un sole che ride, puntuale agli orari di lavoro indifferenti alle alte temperature fino a sera inoltrata, spesso dominatori della notte.

Fu estate trascorsa in compagnia della sorte di crescere in fretta, furono amicizie intrecciate sopra quel tappeto di polvere gialla messa a soqquadro dall’onda. Un via vai di rapporti gestiti con precisa sequenza. Non tutto fu amore.

Con gli occhi di allora il sessantenne di oggi legge in poesia la Napoli degli anni ’50 sopravvissuta alla guerra, la città si credeva libera di fiorire malgrado le battaglie infantili organizzate dall’età in transito. Piccola e indifesa, non di rado leonessa affamata. Chiedere a un bimbo di crescere in fretta plagia l’anima in fasce impedita a svettare. L’ America ha un papà in cerca di fortuna, un bambino promette a se stesso di mai più soffrire.

Invece il dolore sceglie di ferire una creatura arrabbiata con il suo piccolo sé cui prima ombra scura è la madre, dopo i compagni di scuola, la sorella, tutto il primo capitolo della sua vita è stato scritto con l’inchiostro sbagliato. Dai pescatori abbronzati di mare il bambino impara l’attesa in solitudine, utile per cibare i primi pensieri dell’età sul ponte di transizione. Superato il valico, un uomo lo sta aspettando. Stesso nome, stesso sguardo, porta in tasca la moltiplicazione degli anni. Voce narrante del libro, Erri De Luca recluta le parole da lui tanto amate per sfoderare il fascino di una prosa poetica del tempo poco distante dalla culla. Libero di correre, imbracciava lo scudo per pianificare l’incontro col mondo.

Erri bambino ha letto tanto. Romanzi, racconti, favole, tutte le storie incrociavano la crescita preparandola alla sua nobile scrittura diluita a grandi sorsi di merito.

A dieci anni mantenere era il mio verbo preferito. Comportava la promessa di tenere per mano, mantenere. Mi mancava. Papà s’infastidiva in città a prendere per mano, per strada non voleva, se provavo si liberava infilandosela in tasca. Era una respinta che mi insegnava a stare al posto mio“.

Sarebbe caduto al primo impatto sopra uno scoglio qualsiasi se non ci fosse stata lei, la ragazzina senza nome pronta a condurlo nello stupore delle prime emozioni, il primo bacio, il tuffo parallelo nel mare apparecchiato per il cambiamento.

Ma tu non chiudi gli occhi quando baci? I pesci non chiudono gli occhi“.

I due imparano l’amore tenendosi per mano, continuano ad amarsi mantenendo la mano, innamorata cura non più abbraccio curioso delle prime volte, fiamma esplosa da quella che un giorno fu scintilla innocente.
L’addio all’amore sarà preso in braccio da due coscienze consapevoli della mortalità del tempo,
due dolori maturi sanno già che presto sveglieranno l’ora infelice della promessa mancata.

Adesso lui, sessant’anni scolpiti nella città del sole raduna tutta la memoria distratta, la prega di non rinunciare ad allenarsi col ricordo della gioia breve. Le sue rughe chiederanno compassione, l’avrà, sarà ancora sguardo rivolto al passato mentre il prossimo sole sta passeggiando sul mare, complice blu nelle estati tra segreti bollenti in balía delle onde.

I pensieri arrivano da lontano e se ne vanno al modo delle onde con la barca. Ci passano sotto e la fanno oscillare”.

Erri De Luca compie favole, lui sa, lui non può non sapere dell’applauso all’emozione fin dalla prima parola presentata alla vista. Può apparire strano ipotizzare che nel libro l’attore non protagonista sia proprio il lettore. La meraviglia di spargere un po’ di sé a una presenza viva del racconto, dà voce di ritorno alla confidenza liberata in piena fiducia.

Chiusa la prosa poetica dove nessuno “vivrà felice e contento”, daremo un fazzoletto agli occhi di un uomo girato di spalle per vergogna di bambino, quel giorno sì, leggeremo ancora favole condannate al mito.

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