I buoni propositi per il 2026, perché ci spingiamo a migliorare e perché falliamo

I buoni propositi per il 2026, perché ci spingiamo a migliorare e perché falliamo

ITALIA – L’anno 2026 è ufficialmente iniziato da quasi una settimana ormai e con esso subentra anche la promessa di un nuovo inizio, incentivato dal classico elenco dei buoni propositi tipico di ogni gennaio. Ma su cosa si fonda questa tradizione? Cosa ci spinge così tanto a migliorare all’inizio di ogni nuovo anno?

I buoni propositi per l’anno 2026, da dove nascono

Dal punto di vista psicologico ad invogliarci è l’effetto Fresh Start, o nuovo inizio, che ci porta a identificare l’inizio di un periodo futuro, e quindi separato nettamente dal passato, con il termine un determinato evento o una specifica data, come può essere il Capodanno.

Il motivo per cui all’interno di questa equazione è fondamentale la presenza di un avvenimento, distinguibile per importanza dal resto degli episodi che possono accadere durante l’anno, ha anch’esso una base psicologica. Siamo, infatti, portati a immaginare la nostra intera esistenza come un foglio talmente grande da dover essere suddiviso in sezioni. Ciascuna di queste sezioni poi è delimitata da determinati confini, individuabili in eventi con cui è possibile distinguere un “prima” e un “dopo”, come gli anni che cambiano dopo un compleanno o i percorsi di studio al termine di ogni ciclo d’istruzione.

La possibilità di un nuovo inizio ci porta quindi a riflettere sul nostro passato, focalizzando ovviamente l’attenzione su quegli aspetti che risultano più difficili da accettare. Nasce così l’idea dei buoni propositi, pensati per rifarsi degli errori appartenenti all’anno precedente e incoraggiati da un’ondata di ottimismo collettivamente condivisa da tutti.

Perché falliamo nel rispettare le nostre promesse a migliorare?

Nonostante, però, l’impegno che ci investe all’inizio di ogni nuovo anno il numero di persone che, passati i 12 mesi, riesce effettivamente a portare a termine il proprio elenco dei buoni propositi è sempre una minoranza significativa, solo il 10% secondo le stime. Perché?

Ironicamente il motivo è lo stesso che ci ha convinti a migliorare in primo luogo: vedere le persone intorno a noi fare lo stesso. Schiacciati infatti da costanti pressioni siamo portati a prometterci ambizioni e addossarci responsabilità che non solo non ci appartengono ma che addirittura non possiamo fisicamente portare a compimento.

Tale fenomeno è però contrastabile tramite l’imposizione di diversi preconcetti mentali. Primo fra tutti evitare di vedere i buoni propositi come obiettivi finali ma bensì identificarli come tappe intermedie, ad esempio l’obiettivo “Perdere 20 chili” potrebbe benissimo essere sostituito con “Allenarsi di più”.

A seguire poi un monito più che un consiglio concreto che, seppur sembra andare in contrasto con quanto affermato prima, risulta in realtà coerente con l’intero discorso: abbandonare un proprio proposito è lecito. Ad affermarlo è UnoBravo, che ha ricordato come spesso ci si ponga un determinato obiettivo quando il momento non è dei migliori. L’alternativa è quindi quella di aspettare, darsi del tempo, così da poter cogliere il momento esatto per migliorarsi secondo il proprio ritmo