“Delitti a Fleat House” di Lucinda Riley

“Delitti a Fleat House” di Lucinda Riley

La lettura di un libro giallo durante la stagione estiva può essere considerata un must da rispettare. Prima che il mese di agosto venga strappato dal calendario e messo a riposo insieme al costume da bagno, solari e cappellini, chiudere la calda stagione con pagine dense di mistero equivale a un solenne rituale di fine estate.

La scrittrice irlandese Lucinda Riley, scomparsa l’11 giugno dopo una grave malattia, lascia in eredità una biblioteca di romanzi rosa tradotti in 28 lingue. Cinque milioni le copie vendute in tutto il mondo, tantissimi i lettori appassionati alla saga de “Le sette sorelle“.
A un anno dalla morte della Riley, la casa editrice Giunti ha pubblicato un romanzo inedito, il suo unico thriller dopo trent’anni di narrativa rosa.


Delitti a Fleat House“, questo è il titolo dell’opera diluita in quasi cinquecento pagine, troppe forse, passibili all’arresa della lettura, ma cinque milioni di copie vendute sono sinonimo di una scrittura fluida, calamita del gene coinvolto ad ogni pagina. Quale atmosfera migliore per un thriller, se non l’ambientazione in un’antica costruzione risalente all’epoca vittoriana, negli anni trasformata in una pensione?

romanzo giallo

Inghilterra, Norfolk, gennaio 2005.

Gli alunni della St. Stephen’s School hanno preso possesso degli alloggi dopo il restauro di ciò che era andato distrutto durante gli anni della guerra. Fleat House, il dormitorio dal contesto spettrale, diventa tetra location di un delitto dai contorni agghiaccianti.
Il giovane Charlie Cavendish, figlio di un noto avvocato londinese, non disdegna di mostrare il suo carattere ribelle attraverso la compiacenza di vizi mal tollerati dall’autorevole padre. La notevole disponibilità economica non fa altro che aumentare le illegittime pretese al genitore classificato come un terribile avaro.

“Charlie era un intrigante, un trafficante di adrenalina – era così che si definiva. Gli piaceva vivere pericolosamente, e il pensiero di un’esistenza passata nel contesto gerarchico e soffocante dell’Inner Temple gli faceva rimescolare lo stomaco.
E comunque l’idea di “mettersi in luce” che aveva suo padre era ormai obsoleta. Ora le cose erano diverse, e ognuno poteva fare quello che voleva. Tutte quelle sciocchezze sulla rispettabilità appartenevano alla generazione dei suoi genitori”.

Un giorno all’improvviso, il pensionato studentesco si sveglia sconvolto dalla notizia che Charlie Cavendish è morto. Il ragazzo viene trovato senza vita nel suo letto, a quanto pare dopo aver ingoiato delle pillole che mai avrebbe dovuto assumere perché allergico. Le prime indagini non cedono al ritardo nel dare la risposta univoca: shock anafilattico.

Nei suoi quattordici anni di didattica educativa alla St. Stephen’s School, il preside Robert Jones non ha mai dovuto combattere contro il fantasma, vero o presunto, di un assassino.
Il dirigente tenta con ogni mezzo di insabbiare la disgrazia, disseminando tesi fuorvianti sulla verità fin dal momento successivo al violento impatto con la notizia. Sarebbe terribile se in tutta la contea di Norfolk si vociferasse che la St. Stephen’s School è stata teatro di una violenza ai danni di uno studente.

A dare credito alla tesi dell’omicidio è Jazmine Hunter-Coughlin, per gli amici Jazz, detective, ispettrice Hunter. Sta per lasciare definitivamente la polizia, quando il suo quasi ex capo la contatta per ragionare insieme sul mistero che serpeggia nelle stanze di Fleat House.
Il detective Jazz Hunter si ritrova impelagata tra le briglie della sua vita complicata e il ritorno in divisa nella stazione di polizia. Tenere a bada lo spettro del fallimento si rivela motore a ciclo continuo di forze impensabili. C’è un ex marito anch’egli poliziotto, che ex non vuole più essere, un padre anziano e invalido bisognoso di cure, i lavori di ristrutturazione della casa…

Da Norwich, il paese dove Jazz Hunter si era trasferita dopo la separazione dal marito, a Norfolk, per accettare l’incarico di quella che sarà l’ultima indagine prima di dare le dimissioni definitive.
Per una rispettabile confezione di un thriller, non mancherà la riesumazione di segreti associati a intrighi familiari sotterrati in simbiosi con progetti di vendetta.

Confessare al pubblico l’epilogo di un romanzo poliziesco sarebbe un subdolo tentativo di mitigare la febbre di cinquecento pagine rilegate in giallo. Certo è che le acque tranquille dei romanzi di Lucinda Riley sono ben lontane dalla prova noir chiusa nel cassetto dal 2006. Molto vicina al format ufficiale di un thriller impresso su carta dal corpo speciale dei giallisti, “Delitti a Fleat House” non riserva alcuna particolare vibrazione in chi è abituato agli schemi imprescindibili di un poliziesco.

L’imprevisto arriva in anticipo nelle sinapsi del lettore, consapevole di aprire un libro della Riley che un romanzo stavolta, per la prima volta, non è. “Delitti a Fleat House” fatica ad andare oltre la tradizione del genere poliziesco, articolato nei classici elementi già prefissati.
La morte ha bussato alla giovane vita di Lucinda Riley, lasciando ai suoi quattro figli l’onore e l’onere di pubblicare un’opera postuma.

Nella prefazione del romanzo, uno dei figli della Riley pur essendo uno dei suoi coautori, ci tiene a precisare di aver fatto soltanto “un lavoro di editing leggerissimo”, in modo da lasciare intatto il testamento dello stile narrativo della madre, il cui fervido ingegno misura cinque milioni di copie.

La dedica all’ultima opera di Lucinda Riley è commovente: “A tutti coloro che sognano. E che, come Lucinda, non si arrendono mai“.