“Arco di luminara” di Luisa Adorno

“Arco di luminara” di Luisa Adorno

A un lettore nato sotto il cielo di Sicilia, la copertina di questo romanzo lo fa sentire subito a casa. Il parto dell’albero lasciatosi fiorire da piccoli petali bianchi matura pennellate di sole dal profumo delicato e deciso, come ultimo decoro foglie color smeraldo tenute in vita da un terreno accaldato.

La voce china della scrittrice toscana Luisa Adorno, pseudonimo di Mila Curradi, si è congedata dal mondo il 12 luglio 2021, tre settimane prima di compiere cento anni.


Nel suo primo romanzo “L’ultima provincia” scrive del dopoguerra vissuto tra un tempo leggero dovuto alla sua giovane età e la tortuosa scalata dei sogni gettati al rogo dal suicidio mondiale.

Luisa Adorno fu molto amica di Leonardo Sciascia, nonché una delle fondatrici della associazione Amici di Leonardo Sciascia, di cui fu anche Presidente.

Con “Le dorate stanze” il romanzo della memoria della sua vita in Toscana, nella città di Pisa che la vide bambina, insegnante, madre del dolore per la perdita di una figlia, vinse il premio Prato-Europa e il Premio Nazionale Letterario Pisa, sezione Narrativa.

Nel 1990, con “Arco di luminara” vinse il Premio Viareggio. La scrittura dalla comprensione immediata con l’uguale prontezza di un’autostrada a scorrimento veloce, racconta il rituale borghese della famiglia sotto l’Etna spoglia della sua coltre bianca di neve.

Il vulcano si mostra nudo, uno sguardo sensibile potrebbe fantasticare sul suo pudore, l’occhio comune vede sassi, terra accatastata per tremila metri.

Dall’abitazione romana alla casa delle vacanze al mare, tutti gli attori dello spettacolo domestico composto da suoceri, figli, domestiche affezionate e un marito, Cosimo, che solo di rado alza gli occhi da un libro sempre aperto, allergico al caldo e innamorato della montagna.

Figlio unico cresciuto sotto una teca di cristallo, a malincuore si prepara anno dopo anno a recitare lo stesso copione della bella stagione comodamente sdraiata sotto il sole siciliano.

Sotto archi di luminara riccioluti e spenti e ci appariva la piazza del Belvedere col girotondo di aranci selvatici carichi di frutti maturi, la fontana quieta al centro dell’aiuola di rosa e le lunghe panchine di ferro su cui siedono a ore, immobili e li di, i vecchi del paese”.

Non leggeremo di eventi straordinari, pagine batticuore lasciate in sospeso dalle righe a venire, il fiume delle parole scorre sopra un piano orizzontale lontano dal rischio di cascate pericolose. L’isola più grande del mar Mediterraneo accoglie gli ospiti sotto un sole rovente, un vero e proprio attentato alle pelli delicate ma immensa benedizione per i frutti che di alte temperature si nutrono: limoni, fragole succose, pesche di un velluto radioso.

Il filo dei ricordi pretende molto dal ritorno mentale della convivenza di tante solitudini. Quante foto nel file della memoria, scatti densi di nostalgia riaffiorano esalando profumi di abitudini condivise. Chiamarla vacanza limitava la notevole responsabilità presa in carico.

Seduti attorno al tavolo della domenica accuratamente imbandito, le singole individualità ben volentieri prestavano la voce a chi delegava al vicino di posto lo sguardo stanco di troppa vita. I nonni malfermi davanti ai gradini dell’età chiedevano preghiere in prossimità della lunga notte, mentre i bambini diventavano uomini sparsi per il mondo.

Il patriarca Vincenzo Adorno, prefetto in pensione, un uomo d’altri tempi, la moglie, una donna appassionata di silenzio, le mani virtuose della cameriera Concetta, dopo lunghi anni di servizio considerata presenza indispensabile alle necessità della famiglia. Figli, nipoti, generi e nuore chiudono il cerchio gelosi dell’intimità raramente penetrata da estranei.

Tre generazioni fiorite nella tenacia di una radice comune, volta a coprire un arco di tempo attraversato da anni difficili. Tutto questo è “Arco di luminara”, riserva di luce estesa nel tempo, un concerto di voci dirette da una sola nota: l’ugola stanca del nonno eppure autorevole, coordinata dalla moglie “tranquilla nella naturale disposizione al silenzio, forte nella consapevolezza della propria influenza”.

Dietro quell’unicum “famiglia” imbrigliato tra presenze non tutte unite da un legame di sangue, c’è lei, Luisa, la nuora paladina della quiete oltre le tempeste sotto un tetto vulnerabile perché costruito in epoche diverse.

Quando la casa rimarrà vuota, a lei spetterà mettere ordine con le poche forze rimaste in piedi, quelle di un passo immerso nei tanti ieri volati nella dimensione migliore. Nell’ultima estate segnata dal tratto Roma-Sicilia si consuma il rito familiare protetto dalla comunione di intenti riuniti per non perdersi mai.

– Lo senti…? 
– Cosa? – si raddrizza, si volta verso di me. Stiamo un momento a guardarci, a collo storto, voltandoci l’un l’altra le spalle, così come ci costringono le nostre scrivanie. 
– Quest’odore… 
– Beh? – incalza con una punta d’irritazione. 
– È odore di casa piena…