Occupazione, calo a luglio ma migliora rispetto al 2020: Sicilia tra le peggiori quindici d’Europa

Occupazione, calo a luglio ma migliora rispetto al 2020: Sicilia tra le peggiori quindici d’Europa

ITALIA – La nostra economia e il mondo del lavoro vivono una forte instabilità sin dalla crisi del 2008. L’attuale flessibilità e incertezza è stata peggiorata dalla crisi collaterale causata dall’emergenza sanitaria da Coronavirus.

Nel mese di luglio 2021, secondo i dati rilasciati dall’Istituto Nazionale di Statistica si registra, rispetto al mese precedente, una diminuzione del numero di occupati. Secondo le rilevazioni svolte dagli esperti, si registrano anche un aumento degli inattivi, ovvero coloro che non lavorano e non sono in cerca di un’occupazione.


Il calo dell’occupazione, nel mese di luglio, è pari a -0,1%, ovvero pari a -23mila unità. La flessione si registra in entrambi i sessi e riguarda principalmente gli autonomi e le classi d’età maggiori di 35 anni. In generale il tasso di occupazione risulta stabile al 58,4%.

Sulla questione gli esperti hanno spiegato che: “Nonostante a luglio si registri un contenuto calo del numero di occupati e una stabilità del tasso di occupazione, la forte crescita registrata nei precedenti cinque mesi ha determinato un saldo rispetto a gennaio 2021 di 550 mila occupati in più; in particolare i dipendenti a termine sono cresciuti di oltre 300 mila unità. Il tasso di occupazione è più alto di 1,6 punti percentuali.

Tuttavia – ci tiene a sottolineare il tema dell’Istat – non si è ancora tornati ai livelli pre-pandemia (febbraio 2020): il numero di occupati è inferiore di oltre 260 mila unità, il tasso di occupazione e quello di disoccupazione rimangono più bassi, mentre il tasso di inattività è superiore di 0,7 punti“.

Disoccupazione – Italia e Sicilia

Come preannunciato, le rilevazione dell’Istituto Nazionale di Statistica mostra che tra i mesi di giugno e luglio vi è stata una crescita nel numero di inattivi, nella fascia di età tra i 15 e i 64 anni, pari a +0,2%, +28mila unità.

Dalla analisi tecnica dei dati, l’aumento coinvolge in generale solo gli uomini e tutte le classi d’età a eccezione dei 25-34enni. Il tasso di inattività sale al 35,5% (+0,1 punti).

Ciò che continua a preoccupare rimane la questione della disoccupazione giovanile, ancora troppo alta e con divario netto tra le regioni del Nord e del Sud. Questo ha portato alle migrazioni di massa di giovani dalla regioni del Sud Italia, specie dalla nostra Isola verso il Settentrione, aumentano così il gap tra i 2 territori.

Da un’analisi di Confcommercio, risalente a pochi giorni fa, mostra come quest’ultimo fenomeno sia un macigno nella crescita del Meridione. Spesso dimentichiamo che la questione dell’occupazione, collegata alla popolazione residente, è importante. “Non deve sfuggire – spiegano proprio gli esperti di Confcommercio – in ogni caso, che il tema della produttività, quello delle condizioni economiche e sociali di vita e, infine, quello della scelta di risiedere o piuttosto di emigrare, sono strettamente collegati“.

Dalle tabelle rese note si ha immediata conferma della riduzione del peso del Sud in termini di popolazione (dal 36,3% al 33,8%). Ben più grave è la questione della popolazione giovane. L’Italia nel complesso perde 1,4 milioni di giovani nel periodo considerato: da poco più di 11 milioni a poco meno di 10 milioni (ultima riga del panel a destra della tabella 2).

Tutta questa perdita, purtroppo, è legata ai giovani meridionali. Mentre nelle altre ripartizioni la quota di giovani rispetto alla popolazione di qualsiasi età restano più o meno costanti, nel Mezzogiorno si registra un vero e proprio crollo. Basti pensare che rispetto al 1995, mancano nel Sud oltre 1,6 milioni di giovani

La prima fonte della crescita ha radici nella dinamica della demografia – sottolinea Confcommercio -. Le condizioni e le prospettive di vita e di lavoro del nostro Sud disincentivano le scelte delle donne in termini di partecipazione al mercato del lavoro, ne riducono le scelte di maternità, incoraggiano sistematicamente l’emigrazione dei giovani meridionali verso altre regioni“. 

Proprio in Sicilia la questione disoccupazione è da sempre una problematica centrale a livello sociale, produttivo ed economico. Secondo le principali sigle sindacali (Uil, Cgil, Cisl), sulla base dei dati statistici rilevati, oltre il 40% della popolazione siciliana si trova fuori dal dal circuito produttivo. Il tasso di occupazione, che quantifica l’incidenza di chi lavora sul totale della popolazione residente, è al 41,5% con la disoccupazione invece che si assesta al 19% e quella femminile ancora più grave al 22,7%. Per non parlare dei giovani, dove si registra che il 53,6% della popolazione tra i 15 e i 24 anni in cerca di un’occupazione.

Ma non solo, dai dati sulla disoccupazione a livello regionale pubblicati da Eurostat, emerge che i territori del Mezzogiorno italiano sono negli ultimi 15 posti della classifica europea. Tra le peggiori 15 in Europa anche la Campania (18%) e la Sicilia (17,9%). All’estremo opposto, le migliori in Italia, invece, si confermano la provincia autonoma di Bolzano (3,8%), quella di Trento (5,3%) e l’Emilia-Romagna (5,7%).

Crescita occupazione in termini trimestrali

Confrontando il trimestre maggio-luglio 2021 con il precedente (febbraio-aprile), il livello dell’occupazione è più elevato dell’1,4%, con un aumento di 317mila unità.

La crescita dell’occupazione, nel confronto trimestrale, si associa alla diminuzione delle persone in cerca di occupazione (-5%, pari a -125mila unità) e a quella degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-1,8%, pari a -249mila unità).

A seguito della ripresa dell’occupazione registrata tra febbraio e giugno, il numero di occupati a luglio 2021 è superiore a quello di luglio 2020 del 2,% (+440mila unità); variazioni ancora negative si registrano per gli indipendenti e per i lavoratori tra i 35 e i 49 anni. Tuttavia, il tasso di occupazione – in aumento di 1,4 punti percentuali – sale per tutte le classi di età.

Rispetto a luglio 2020, diminuisce sia il numero di persone in cerca di lavoro (-6,9%, pari a -173mila unità) sia quello degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-3,5%, pari a -484mila), che era aumentato in misura eccezionale all’inizio dell’emergenza sanitaria.