Emigrare per morire, dal suicidio assistito all’eutanasia: i casi in Italia, l’ultimo di Federico Carboni

Emigrare per morire, dal suicidio assistito all’eutanasia: i casi in Italia, l’ultimo di Federico Carboni

ITALIA – Questa volta è lultima volta che sentirete le mie paroleperché vi sto scrivendo a pochi giorni da quando finalmente potrò premere quel pulsante e potrò porre fine alle mie sofferenze“. A parlare è Federico Carboni di 44 anni, marchigiano divenuto tetraplegico dopo un incidente stradale.

Federico è morto il 17 giugno 2022 grazie al suicidio assistito che ha in comune con l’eutanasia la volontà del soggetto – capace di intendere e volere – di mettere fine alla propria vita. La differenza tra le due pratiche sta nel fatto che l’eutanasia non prevede la partecipazione attiva del malato in quanto a somministrare il farmaco è un medico. Nel suicidio assistito il personale sanitario si limita alla preparazione del farmaco letale che il paziente assume in maniera “autonoma”.


Non nego che mi dispiace congedarmi dalla vita – continua Federico -, sarei falso e bugiardo se dicessi il contrario. La vita è fantastica e ne abbiamo una sola. Ma purtroppo è andata così. Ho fatto tutto per riuscire a vivere il meglio possibile e cercare di recuperare il massimo dalla mia disabilità, ma ormai sono allo stremo sia mentale sia fisico“.

Non ho un minimo di autonomia nella vita quotidiana, sono in balìa degli eventi, dipendo dagli altri su tutto, sono come una barca alla deriva nelloceano. Sono consapevole delle mie condizioni fisiche e delle prospettive future quindi sono totalmente sereno e tranquillo di quanto farò“, conclude.

Federico è stata la prima persona in Italia a poter scegliere di intraprendere la strada del suicidio medicalmente assistito. Lo Stato italiano però non si è fatto carico delle spese e dei costi del farmaco, infatti, è stato supportato dall’Associazione Luca Coscioni che è riuscita a raccogliere 5mila euro per aiutarlo a essere libero di scegliere.

Si tratta di un’associazione che promuove la libertà di cura e di ricerca scientifica. Composta da cittadini, medici, scienziati, politici, giuristi, persone malate che si battono per i diritti umani e le libertà civili di tutti.

Emigrato per morire

Ha lottato per il diritto a una morte dignitosa in Italia anche Fabiano Antoniani, conosciuto come Dj Fabo, le sue richieste però non sono state ascoltate e accolte. Diventato tetraplegico e cieco a causa di un incidente stradale è stato costretto a emigrare in Svizzera per morire.

È morto il 27 febbraio 2017 alle ore 11,40 grazie al suicidio assistito, che in quel periodo non era ancora legittimato e praticato in Italia.

Ha affrontato il momento senza i suoi cari tra cui la fidanzata Valeria Imbrogno, dato che non è consentito ai cittadini italiani di accompagnare in un altro Stato chi sceglie la “dolce morte”. Con lui c’era soltanto Marco Cappato tesoriere dell’associazione Coscioni, che il giorno dopo si è autodenunciato e ha per questo motivo affrontato un processo. Al termine del quale l’accusa di aiuto al suicidio di Dj Fabo è caduta.

La Corte Costituzionale ha ammesso poi il suicidio medicalmente  assistito a condizione che il malato:

  • sia affetto da una patologia irreversibile;
  • soffre di una grave sofferenza fisica e psichica;
  • possiede la piena capacità di intendere e di volere;
  • dipenda da trattamenti di sostegno vitale.

Il caso di Federico Carboni rientrava in tutte queste condizioni. Ma la strada per la morte assistita e l’eutanasia in Italia è ancora lunga, anche nei casi in cui le condizioni sopra elencate sono presenti.

Ne è testimonianza il caso di Fabio Ridolfi morto il 14 giugno 2022, malato terminale affetto da tetraparesi, che ha dovuto optare per la sedazione profonda. A causa del lungo iter burocratico e i ritardi dell’Azienda Sanitaria Regionale delle Marche.

L’eutanasia, la morte assistita e la sedazione profonda sono procedure differenti sia dal punto di vista clinico ma anche dal punto di vista etico.

In tutti questi casi le richieste vengono sottoposte alla valutazione di commissioni di esperti e al parere di più medici, differenti da quelli che hanno in cura il paziente. Solo dopo un’accurata analisi delle condizioni cliniche, della compromissione della qualità della vita e della piena libertà decisionale, viene data al malato la possibilità di accedere agli interventi nelle nazioni in cui sono previste.

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