Musica e Arte: l’asso nella manica della “Buona Scuola”

Musica e Arte: l’asso nella manica della “Buona Scuola”

PALERMO –  La nuova riforma della scuola, tra plausi, pochi, e contestazioni, tante, riserva un autunno bollente a docenti e discenti che si apprestano ad iniziare un nuovo anno scolastico.

Immissioni in ruolo duramente contestate da associazioni e sindacati; il nuovo ruolo dei dirigenti scolastici, paventati come nuovi sceriffi della scuola; nuovi piani per le abilitazioni; concorsi e inserimenti in graduatoria; la riforma però promette anche di aumentare le ore curricolari di Storia dell’Arte. Ma è davvero così? Ci sarà davvero speranza per i tanti laureati in Storia dell’Arte o Conservazione dei Beni Culturali, che dovrebbero poter insegnare nella chimerica classe di concorso A061? 

Ma riassumiamo brevemente cos’è cambiato in questi anni e soprattutto con la riforma Gelmini, prima, e con la riforma Giannini, dopo.

Con la riforma Gelmini, praticamente, la Storia dell’arte in Italia non è più insegnata nei professionali (è quindi possibile diplomarsi in Moda, Grafica e Turismo senza sapere chi siano Giotto, Leonardo o Michelangelo), nei Licei artistici non si studia più né il restauro né la catalogazione del nostro patrimonio artistico, Inoltre si chiudono tutte le sperimentazioni che rafforzavano l’esigua presenza della Storia dell’arte negli altri licei (compresi i classici, da sempre scandalosamente a digiuno di figurativo). Numeri alla mano, più della metà dei nostri ragazzi crescerà in un radicale analfabetismo artistico. Effettivamente che bisogno c’è, in Italia, di studiare la Storia dell’Arte, no?

La riforma del ministro Giannini ha fatto sperare in un cambiamento, se non di abrogazione totale quanto meno di una revisione sostanziale dell’orientamento.  Ma come ha spiegato Irene Baldriga, presidente dell’Anisa “nonostante i molti impegni e le promesse assunte dal Governo attuale per una effettiva valorizzazione della storia dell’arte nella scuola, il DDL non prevede alcun reintegro delle ore depennate dalla Riforma Gelmini. È anche uscito un comunicato del ministro per i Beni culturali, Dario Franceschini, in cui si sottolinea il reintegro della Storia dell’Arte nella scuola. Ma il testo non lo prevede affatto. Non vi è alcun accenno alla possibilità di un ritocco dei quadri orari che consenta un effettivo potenziamento dell’attuale presenza della Storia dell’Arte negli indirizzi della scuola secondaria superiore. L’invito alle scuole, contenuto nel testo, a favorire iniziative di promozione della cultura storico-artistica non può essere interpretato nel senso di un risarcimento dei tagli subiti in precedenza dal nostro insegnamento“.

il Ministro dei Beni e delle Attività Culturali, Dario Franceschini, si è dichiarato entusiasta del DDL: “Un impegno mantenuto e una scelta di civiltà il ritorno della storia dell’arte e della musica nelle scuole. Il Governo sana uno sfregio compiuto ai danni del sistema formativo italiano. Il lavoro svolto dalla collega ministro dell’istruzione Stefania Giannini è il coronamento di un percorso intrapreso sin dagli esordi di questo governo, quando insieme firmammo un protocollo per accrescere la conoscenza e la comprensione del patrimonio culturale da parte degli studenti”.

Quasi tutti i mass-media hanno contribuito a propagandare notizie di giubilo circa la valorizzazione della Storia dell’arte senza però approfondirne o verificarne l’autenticità, per cui è ormai opinione corrente che nella Scuola Superiore di II grado questa materia sarà studiata come non è mai accaduto finora: la realtà è sfortunatamente ben diversa. In realtà, un’attenta lettura del DDL svela che davvero poco cambierà: la storia dell’arte non è resa obbligatoria; il suo potenziamento non risulta ordinamentale, bensì discrezionale; non è precisato il coinvolgimento delle classi di concorso a cui è riconducibile il suo insegnamento rispetto ai vari indirizzi di studio. 

Tra docenti sempre più precari e studenti cui sarà negata la possibilità di conoscere il patrimonio artistico, resta il vuoto che lascia l’art. 9 della Costituzione Italiana: 

“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.

 

 

 

 

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