“Viva Palermo e Santa Rosalia”: la storia della “Santuzza”

“Viva Palermo e Santa Rosalia”: la storia della “Santuzza”

PALERMO – Il 4 settembre ricorre la commemorazione della morte di S. Rosalia, patrona del capoluogo siciliano da ben 395 anni, onore che fin dal 17esimo secolo condivideva con quattro compatrone, nello specifico Sant’Agata, Santa Cristina, Santa Ninfa Santa Oliva.

Rosalia Sinibaldi nacque a Palermo nel 1128. Sono poche le testimonianze scritte pervenuteci sulla vita della donna. L’unica notizia specifica, scritta in latino dall’insigne storico siracusano Ottavio Caetani, racconta che fu “ancilla“, cioè dama di compagnia, della regina Margherita, sposa dal 1149 del re Guglielmo I, poi detto il Malo, in quanto essa figlia di un normanno grato al sovrano.



Vivendo a Corte, visse, nel 1161, l’assalto e saccheggio della reggia, la temporanea cattura del re e persino l’uccisione del piccolo erede Ruggero. Forse a causa di questo triste accadimento, Rosalia fece richiesta di essere lasciata libera, per dare spazio alla sua vocazione monastica, rinunciando a un matrimonio programmato e dedicandosi anima e corpo alla preghiera e alla contemplazione.

In un primo periodo visse nel monastero basiliano di S. Maria la Dorata, oggi detto della Martorana, e poi, sotto la protezione di alcuni monaci eremiti, nel bosco di Palazzo Adriano.


Dopo un lungo periodo, probabilmente 12 anni, Rosalia tornò a Palermo, proseguendo il suo eremitaggio in una grotta della Montagna Sacra del Pellegrino, da tale “in dote“, come feudo, dalla regina Margherita, dove morì il 4 settembre 1160 (anche se gli ultimi studi spostano la data intorno al 1170).

Santa Rosalia è colei a cui i palermitani si rivolgono con l’affettuoso appellativo di “a Santuzza”, acclamata patrona di Palermo nel 1625, quando, con un miracolo, avrebbe salvato la città dalla peste, spodestando le quattro precedenti patrona e assurgendo al ruolo di unica e sola Santa Patrona.

Così il 15 luglio di ogni anno, i cittadini vivono cinque giorni di festa, “U Fistinu”, in memoria del ritrovamento del suo corpo mortale sul Monte Pellegrino, avvenuto proprio il 15 luglio del 1624.

Il 4 settembre avviene il pellegrinaggio al Santuario, la famosa “acchianata“, in commemorazione del “die Natalis“, della morte della Santa, che rappresenta la vera e propria festa liturgica.

Nella notte tra il 3 e il 4 ha inizio il tradizionale “viaggio”. Un rituale severo vuole che si scali a piedi il Monte Pellegrino, che si dorma all’addiaccio sul sagrato, che si offrano alla Santa ceri ex voto per grazia ricevuta.

È stato opportunamente sottolineato come lo scalare a piedi il Monte, il dormire all’addiaccio nei pressi della Grotta, altro non siano, nella visione religiosa espiativa propria delle classi popolari, che momenti della consacrazione alla divinità delle proprie sofferenze, a fronte delle quali acquisire il diritto ferreo di chiedere di essere esauditi …, sicché, liberandosi di qualche bene, si libera di qualche male”. (Annamaria Amitrano Savarese)

Deriva da ciò la motivazione per cui gli sposi, tradizionalmente, il giorno del matrimonio, si recano in pellegrinaggio alla sacra grotta, per la benedizione delle nozze appena consacrate e per invocare la protezione della nuova famiglia formatasi, dalle difficoltà della vita: momento in cui la sposa “dona” alla Santa il mazzo nuziale.

Quindi “Viva Palermo e Santa Rosalia”. Con questo grido i palermitani, in patria o emigrati, dichiarano il forte legame di devozione che unisce la città alla sua Santa Patrona.

Fonte foto airbag.it

Fonte immagine palermoviva.it