Quel filo spinato che impedì ai bambini di vivere, il simbolo della brutalità umana - Newsicilia

Quel filo spinato che impedì ai bambini di vivere, il simbolo della brutalità umana

Quel filo spinato che impedì ai bambini di vivere, il simbolo della brutalità umana

Della Shoah spesso si parla soltanto il 27 gennaio, designato come Giorno della Memoria, mentre durante il resto dell’anno le atrocità dei campi di sterminio, gli orrori vissuti da milioni di persone e il risultato dell’assenza di limiti della cattiveria umana passano in secondo piano, oscurati dalle polemiche sterili, dall’indifferenza di fronte alle tragedie e dalla logica materialista emblema di gran parte della civiltà contemporanea.

Continuare a parlare della strage messa in atto dal regime nazista (con la complicità di molte autorità, politiche e non), però, è fondamentale ancora oggi, specialmente in un contesto in cui le brutalità odierne si nascondono o si dimenticano per non riflettere e, soprattutto, per non assumersi la responsabilità di intervenire.

Discutere della Shoah vuol dire prendere coscienza di quanto accaduto ma, soprattutto, dare voce a tutti coloro che non ne hanno avuta, in particolare a chi probabilmente non ha avuto neanche tempo per comprendere prima di essere schiacciato dalle barbarie del mondo adulto: il mondo dei bambini.

La loro storia è rimasta, ancor prima che nelle testimonianze scritte e orali, nei disegni, nei giocattoli abbandonati nei campi di sterminio, nelle immagini di povere creature innocenti dagli sguardi terrorizzati e confusi. Poco si sa della loro vita, ma tanto è noto della fine della maggior parte di loro: una morte atroce, spesso inconsapevole e voluta dal mondo adulto che avrebbe dovuto proteggerli.


Una vita conclusa senza aver avuto la possibilità di scherzare con gli amici al parco, apprendere sui banchi di scuola, vivere amicizie e amori, realizzare i propri sogni. Il filo spinato delimitava il mondo esterno, dove i bambini potevano sorridere e giocare, e l’universo parallelo dei campi di concentramento, dove essere piccoli o deboli voleva dire morire, il dolore era normalità e la clandestinità pura realtà quotidiana.

Sono situazioni inimmaginabili, talmente indicibili da non riuscire a credere che siano state effettivamente concepite da menti “umane”. Bambini usati come cavie, uccisi da una “doccia” nelle camere a gas, minorenni con disabilità fisiche e/o mentali vittime di programmi di eutanasia, fucilati in massa nel corso della “pulizia etnica“, piccoli morti di stenti nei ghetti…

Film, documentari, racconti dei pochi sopravvissuti e perfino cartoni animati hanno tentato di riprodurre ciò che era nella mente dei bambini in quei momenti di terrore per spiegare la catastrofe nazista: niente, però, sembra restituire totalmente una realtà a cui nessuno avrebbe mai dovuto assistere.

Se queste storie suscitano stupore, rabbia e ribrezzo, altrettanto sdegno dovrebbe fomentare la consapevolezza che tutto ciò, in alcune parti del mondo, non è ancora finito: nel mondo esistono tante voci inascoltate, di bambini e non solo. E un vero Giorno della Memoria, che non si traduca in semplici “accuse” e post sui social, dovrebbe servire non solo a ricordare quanto è accaduto in passato, ma anche quello che accade nel presente e potrebbe accadere in futuro, al fine di impedire che la degenerazione prenda ancora il sopravvento della specie umana.

Immagine di repertorio

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