Quei ragazzi che salvarono il mondo - Newsicilia

Quei ragazzi che salvarono il mondo

Quei ragazzi che salvarono il mondo

 

QUESTO ARTICOLO FA PARTE DEL CONCORSO DIVENTA GIORNALISTA, RISERVATO AGLI STUDENTI DELLE SCUOLE SUPERIORI DELLA PROVINCIA DI CATANIA.

Ci sono situazioni in cui intervenire richiede non solo coraggio ma anche la consapevolezza di rischiare la vita, quindi sacrificarsi per gli altri.

Era una normale giornata di primavera, il 25 aprile del 1986, per gli abitanti di Pripyat cittadina dell’Ucraina settentrionale. Questo nome, da lì a poche ore, sarebbe diventato tristemente famoso.




A 3 km dalla città si trova la centrale nucleare Vladimir Lenin; quella notte si doveva svolgere un normale controllo, per verificare il corretto funzionamento del sistema di raffreddamento del reattore 4. I tecnici di turno commisero una serie di errori e omissioni procedurali, che contribuirono al disastro. Infatti, a causa di carenze di costruzione e difetti strutturali, in quel reattore erano già stati registrati piccoli incidenti. Per evitare interruzioni durante il test, il sistema di emergenza del reattore venne spento, quindi il nocciolo cominciò a surriscaldarsi pericolosamente e un’improvvisa impennata di potenza disintegrò le barre di uranio che esplosero. Alle ore 1,26 del 26 aprile 1986 il mondo si trovò di fronte alla più grande catastrofe nucleare della storia.

Immediatamente si sviluppò un incendio, la grafite bruciando fuse l’uranio, una pericolosa nube radioattiva si riversò nell’atmosfera.

Dopo l’esplosione arrivarono i vigili del fuoco, ignari del pericolo verso cui andavano incontro, si impegnarono a spegnere l’incendio senza successo. Sprovvisti di ogni tipo di protezione furono avvelenati mortalmente dalle radiazioni. Ai pompieri si unirono migliaia di valorosi volontari, che saranno ricordati come i liquidatori, a loro toccò il gravoso compito di ripulire il reattore esploso dalle macerie. Ogni giorno raccoglievano e rastrellavano quintali di detriti radioattivi che poi scaraventavano nella voragine aperta dall’esplosione. Ogni manovra durava al massimo 40 secondi per cercare di contenere il più possibile la dose di radiazioni a cui ciascuno veniva esposto. Per spegnere l’incendio e bloccare l’emorragia nucleare, vennero impiegati anche gli elicotteri, che gettarono sacchi di piombo e boro.

Un pericolo covava ancora dentro la centrale, infatti, a causa delle altissime temperature l’acqua all’interno del reattore rischiava di far saltare in aria il nocciolo, con il rischio di un disastro immenso. Per far defluire l’acqua, era necessario che qualcuno andasse nei sotterranei ad aprire la valvola di sfogo, ma questo significava irradiarsi mortalmente. Ci volevano anche due volontari, per aprire le valvole della vasca del reattore, sommerse dall’acqua radioattiva. Dei valorosissimi pompieri si proposero, uno di loro scese da solo nei sotterranei e riuscì nell’intento, altri due entrarono nel cuore del reattore, dove le radiazioni raggiungevano livelli altissimi, e riuscirono ad aprire le valvole sommerse. L’acqua cominciò a defluire, e il pericolo di un’immensa esplosione svanì. Si trattò di un momento terribile, i valorosi pompieri morirono pochi giorni dopo a seguito di atroci sofferenze, ma scegliendo di sacrificarsi per il bene comune, riuscirono a evitare la catastrofe. Il sacrificio di questi uomini evitò il peggio, una seconda esplosione avrebbe spazzato via mezza Europa. Chi sono questi eroi? La storia purtroppo li ha dimenticati, abbiamo tutti un dovere morale: mantenere nella nostra memoria il coraggio della loro scelta.

 

Amedeo Barbagallo

Classe IV Sez. E – Liceo Scientifico-Linguistico “Leonardo”, Giarre (CT)