Presentato “Squadra Mobile Palermo, l’avamposto degli uomini perduti”, nuovo lavoro di Alessandro Chiolo

Presentato “Squadra Mobile Palermo, l’avamposto degli uomini perduti”, nuovo lavoro di Alessandro Chiolo

PALERMO – È stato presentato ieri, nella libreria “Tantestorie” di via L. Ariosto, l’ultimo libro di Alessandro Chiolo, professore di lettere e filosofia al liceo scientifico “Basile” di Brancaccio. Il titolo, però, nulla ha a che vedere con la filosofia, bensì con un argomento ben più grave: “Squadra Mobile Palermo, l’avamposto degli uomini perduti”, opera partorita dall’autore grazie alle testimonianze di chi ha vissuto quegli anni.

A chi gli chiede il motivo della scelta del tema, lui risponde: “Per permettere a chi non ha vissuto gli anni delle stragi di farsene comunque un’idea. Ho pensato soprattutto ai miei alunni. Voglio che sappiano cosa significano quei nomi che sentono citare nel corso delle varie commemorazioni e mi auguro che si sentano spinti ad approfondire e informarsi. Parlando di mafia si tende a identificare i suoi componenti come uomini d’onore, ma in realtà sono uomini del disonore”. Chiolo è inoltre autore di “Nome in codice: Quarto Savona 15. Km 10287 e oltre”, dedicato alla scorta di Giovanni Falcone che portava appunto questo nome.

A moderare l’incontro il proprietario della libreria, Giuseppe Castronovo, che afferma: “Questa libreria di 40 metri quadrati è sempre pronta ad accogliere dibattiti di questo genere, perché credo che la memoria vada coltivata e tenuta in allenamento, specie in tempi come questi, in cui si tende a ricordare poco o niente”.

Accanto a lui il dottor Francesco Accordino, ex capo della Squadra Mobile di Palermo negli anni Ottanta, noto come “l’uomo dei mille omicidi”, perché tale è stato il numero dei delitti di cui ha dovuto occuparsi: “Ricordo che, all’epoca, eravamo il fiore all’occhiello della Polizia italiana, specie dopo il cosiddetto rapporto 162, così chiamato perché 162 furono le denunce a carico di altrettanti mafiosi, dando il via a 87 mandati di cattura e 18 arresti, cosa che, di fatto, costituisce l’ossatura del procedimento istruito dal pool antimafia di Falcone e Borsellino approdato poi al maxiprocesso del 1982. Vi parlo dell’epoca in cui il sindaco era Martellucci, il quale, parlando di mafia, affermava che in realtà i mafiosi non fossero altro che ragazzi che rubavano le autoradio”.



“È sbagliato credere al falso mito secondo cui la mafia colpisce a caso e, soprattutto, che non colpisca donne e bambini in base a un cosiddetto codice d’onore – prosegue -. Essa, al contrario, non esita a disfarsi di nessuno, se si sente minacciata. È il caso del delitto Cassarà, in cui Natale Mondo, braccio destro di Cassarà, intimò alla moglie del poliziotto, affacciata al balcone con in braccio la figlioletta, di rientrare immediatamente in casa: il commando infatti, aveva preso anche loro di mira. C’è poi un caso sul quale voglio soffermarmi un attimo, perché è importante. Parlo del piccolo Claudio Domino, ucciso barbaramente dalla mafia a soli 11 anni. Il giorno della sua morte, Claudio aveva perso gli occhiali e nella sua ricerca si ritrovò nei pressi di una fabbrica all’interno della quale dei mafiosi stavano dividendosi dell’eroina. Temendo quindi che il ragazzo potesse aver visto qualcosa che non doveva, non hanno esitato a ucciderlo. Si è fatto il nome di Salvatore Graffagnino come persona legata al delitto, ma lui era un carrettaio, un soggetto che è stato dipinto come uno importante”.

A fargli eco Graziella Domino, madre di Claudio: “Mio figlio non è stato colpito a caso. Mio figlio è stato giustiziato e io, ancora, non so bene perché, tanto che ho chiesto la riapertura del processo. Ho il diritto di conoscere la verità, specialmente dopo il fango che, per anni, mi è stato gettato addosso. Tengo inoltre a precisare che, mentre lo Stato italiano riconosce in 109 il numero dei bambini assassinati da mano mafiosa, in realtà ammonta a 125”.

Presente anche Giuseppe Lo Bianco, firma illustre di cronaca giudiziaria del Fatto Quotidiano: “Quello che è successo e che è raccontato in questo libro, è un pezzo di storia nascosta del nostro Paese. Le varie fiction santificanti rivolte alle vittime di mafia, servono fino a un certo punto. Occorre infatti approfondire le cause dei vari delitti, ma per quello purtroppo bisogna ancora attendere”.

Ad arricchire ulteriormente l’assemblea, la presenza imprevista di Giovanni Paparcuri, autista del giudice Rocco Chinnici e unico sopravvissuto alla strage nel 29 luglio 1983, memoria storica di quegli anni anche perché visse e lavorò a stretto contatto con Borsellino, che poi lo presentò a Falcone: “Il mio lavoro consisteva nell’informatizzare gli atti dei quattro maxiprocessi. Sarebbe troppo lungo elencare le innumerevoli occasioni in cui ho avuto a che fare col dottor Falcone. Ricordo però che sia lui che il giudice Borsellino agivano sempre quando erano più che sicuri degli elementi in loro possesso. Erano estremamente precisi, scrupolosi e professionali”.