Massimo Fini a Ragusa: un irregolare del giornalismo

Massimo Fini a Ragusa: un irregolare del giornalismo

RAGUSA – Essere bastian contrari tutta la vita senza cadere nella banalità dell’anticonformismo e nelle gabbie ideologiche. Questa è l’essenza di Massimo Fini, un irregolare della carta stampata e un pensatore libero spietato con gli altri così come lo è con sé stesso.

Il giornalista e scrittore lombardo è stato uno dei tanti ospiti di prestigio del festival letterario “A tutto Volume” che ogni anno richiama negli iblei le penne più importanti d’Italia. La sua penna Massimo Fini l’ha riposta a causa di un glaucoma che gli ha portato via la capacità di leggere e – con il suo stile particolarissimo – ha dato dalle colonne del suo sito l’annuncio del suo ritiro letterario ai tanti fedelissimi lo scorso marzo.

Però Fini ha chiuso in bellezza con un’autobiografia che, nel rispetto del personaggio, non è uno di quei melensi e autocelebrativi racconti che i giornalisti scrivono sulla propria esistenza. “Una Vita” (sottotitolo “Un libro per tutti. O per nessuno”) è uno spaccato dei storie e di uomini che hanno caratterizzato la nostra storia dal dopoguerra sino ad oggi.

Per chi scrive – che ha avuto sin da subito una folgorazione per le idee “decrescenti” e irregolari del giornalista lombardo – avvicinare Fini è stato un grande onore.  Fedele al proprio personale codice di comportamento l’autore è proprio come ci si aspetta che sia: disponibile, curioso, gentile e umilissimo.

Davanti a un bicchiere di vino parliamo di Berlusconi (“uno che ha dimostrato il suo modo di concepire la vita con l’acquisto di Gigi Lentini dal Torino: ha comprato i sentimenti di un ragazzo con i soldi che poi si è rovinato”), della Sicilia, della trasformazione della nostra società, dell’antimafia di facciata e del giornalismo sempre più deprezzato.

Uno dei tanti aspetti del Fini – pensiero che affrontiamo è quello relativo alla moralità. In un bellissimo articolo pubblicato sull’Europeo nel 1989 Massimo Fini scrive al figlio – per cercare di sondare le sue inclinazioni – raccontandogli la storia del partigiano Pedro e del partigiano Valerio.

Il primo era il conte fiorentino Pier Luigi Bellini delle Stelle (di cui, non a caso, in questi giorni nessuno parla) il quale aveva fermato coraggiosamente una colonna di trecento tedeschi in cui si era nascosto il fuggitivo Benito Mussolini.

Pedro, però, aveva trattato con rispetto l’avversario. Da Milano invece era arrivato il partigiano Valerio, il comunista Valter Audisio, che invece strappò Mussolini a chi l’aveva catturato eseguendo subito dopo un’esecuzione sommaria del duce e della sua compagna attribuendosi tutti i meriti e vivendo una vita nella gloria e nell’onore, mentre Pedro cadde nel dimenticatoio e non rivendicò mai la sua azione.

Il figlio di Massimo Fini scelse come modello Pedro e qui il padre gli spiega che “il vero eroismo non è quello di un giorno, ma quello, quotidiano, difficilissimo, della rinuncia alle lusinghe e alle facili scorciatoie. È quello di combattere ad armi impari con chi usa tutti i mezzi per arrivare. È quello di accettare, pur di non vendersi, un posto nella vita sociale più modesto di quello che pensiamo ci spetterebbe. Ci vuole una grande forza interiore per essere Pedro. E a maggior ragione ce ne vuole oggi quando chi si comporta con onestà e dignità non ha nemmeno, a differenza di un tempo, il rispetto del contesto sociale, ma gli tocca anzi subire la commiserazione, se non l’aperto disprezzo dei bari della vita”.

Una lezione che Fini ci lascia in un’Italia che ormai sconosce il rigore morale, l’onestà e la correttezza. Un’Italia piena di partigiani che di nome fanno Valerio e non Pedro.

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