È tempo di maschere: Carnevale e i suoi costumi tradizionali

È tempo di maschere: Carnevale e i suoi costumi tradizionali

CATANIA – Tempo di Carnevale, tempo di maschere. Come ogni anno la ricerca del costume più bello, originale e ad effetto da sfoggiare durante le feste carnevalesche entra nel vivo.

L’originalità è un ottimo plus in materia di maschere e costumi. Ma la tradizione italiana vanta alcune delle maschere di Carnevale più belle di sempre, intramontabili e mai fuori moda.

La loro nascita ha diverse genesi: alcune sono state create dal teatro dei burattini, altre hanno preso vita all’interno della Commedia dell’Arte, oppure sono il frutto di tradizioni arcaiche o sono state ideate come simboli dei festeggiamenti carnevaleschi di varie città.

Tra i costumi più famosi, un posto d’onore spetta ad Arlecchino, “nato” a Bergamo e conosciuto per il suo vestito di “cento” colori: tradizione vuole che, essendo povero, in occasione del Carnevale, i suoi amici gli regalarono dei pezzi di stoffa avanzati dai loro costumi, in modo che potesse averne uno anche lui. Un’altra versione della sua storia, invece, lo descrive al servizio di un avaro speziale che lo vestiva con le toppe dei propri abiti sdruciti. Il suo costume prevede, inoltre, una maschera nera e una spatola di legno.

Antagonista di Arlecchino è un’altra celebre maschera, Brighella, un attaccabrighe, imbroglione e chiacchierone, arrogante con i deboli e ossequioso con i padroni. Il suo abito è composto da calzoni larghi e giacca bianchi, bordati di verde, un mantello bianco e verde, un berretto a sbuffo e la mezza maschera sul viso.

Il titolo di più antica maschera del Bel Paese va a Pulcinella, che con il suo naso adunco e le due gobbe era già conosciuto ai tempi dei Romani. L’arrivo del Cristianesimo, però, ne aveva determinato la scomparsa; solo nel ‘500, grazie alla Commedia dell’Arte, risorse per personificare vizi e virtù del borghese napoletano: lento e goffo, di poche parole ma sempre secche e pungenti.

Altra celebre maschera popolare, stavolta di origine torinese, è Gianduja. Nato nel 1798, deriva dall’espressione piemontese “Gioan d’la douja” (“Giovanni del boccale”): popolano piemontese, caparbio e sospettoso, ama l’allegria, il vino e la buona tavola; indossa un tricorno e la parrucca con il codino. Il suo costume è di panno marrone, listato di rosso, con un fiocco verde al collo, un panciotto giallo, le calze rosse, le scarpe nere e un ombrello verde.

Libertino, credulone e sempre scontento è Pantalone, maschera veneziana dell’antico teatro classico. Impersona un vecchio mercante veneziano avaro, brontolone e testardo che crede solo nel denaro e nel commercio. Indossa un camicione e una calzamaglia rossi, con una cinta in vita, il colletto bianco, pantofole, mantello nero e una maschera sul volto.

Anche la Sicilia ha la sua maschera tradizionale di Carnevale, nata tra Sei e Settecento con la Commedia dell’Arte: si tratta di Beppe Nappa, la cui città d’elezione è Messina. A caratterizzarlo sono pigrizia e golosità; il suo costume è composto da un ampio abito color azzurro, con un berretto di feltro bianco o grigio e una calotta bianca.

Per le donne, invece, l’unica maschera femminile a imporsi tra tanti personaggi maschili è stata Colombina, vivace, allegra, furba e maliziosa serva veneta. Il suo nome compare per la prima volta nella Compagnia degli Intronati intorno al 1530, ma sue antecedenti personificazioni erano già presenti nelle commedie di Plauto, fra le ancelle furbe e adulatrici. Indossa un vestito a fiori bianchi e blu, una cuffia, calze rosse e scarpe con un fiocchetto azzurro.

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