Cinema, Pietro Germi “il siciliano”: intervista al critico Sebastiano Gesù

Cinema, Pietro Germi “il siciliano”: intervista al critico Sebastiano Gesù

PALERMO – Il 2014 è stato l’anno in cui si è celebrato il centenario della nascita di uno dei più grandi registi e attori della storia del cinema italiano: Pietro Germi. Nato a Genova il 14 dicembre del 1914, Germi ha lasciato un segno indelebile nella nostra società attraverso le sue opere dalle mille sfumature: struggenti, argute, dirette, sempre brillanti.

Maestro della commedia all’italiana (premio Oscar nel 1963 per la Miglior Sceneggiatura Originale per Divorzio all’Italiana) ma anche autore, nei suoi primi lavori, di pellicole cariche di denuncia sociale. Un osservatore critico dell’Italia capace di far riflettere attraverso una satira feroce, come in Signore & Signori, film premiato con il Gran Prix a Cannes nel 1966 (Miglior Film), che ci teniamo a ricordare anche per la memorabile interpretazione di Virna Lisi. Per celebrare Germi, abbiamo deciso di intervistare Sebastiano Gesù, uno dei principali storici e critici di cinema, che ha scritto Pietro Germi, il Siciliano (40due Edizioni), un libro uscito da poco nelle librerie incentrato sui film che il regista ligure girò in Sicilia.



– Quest’anno è stato celebrato il centenario della nascita di Pietro Germi. Prima di tutto le voglio chiedere cosa ha rappresentato per il cinema italiano il lavoro artistico di questo grande regista.

Pietro Germi ha dato un grande apporto al cinema italiano in un periodo di transizione dal Neorealismo al Neorealismo di appendice o rosa, come si voglia chiamare, inizialmente grazie ai suoi film siciliani che lo imposero all’attenzione del pubblico e della critica per la loro carica di denuncia sociale. Film che hanno posto alcuni temi scottanti alla conoscenza popolare e nazionale come i problemi della Mafia e dell’emigrazione, suscitando polemiche, interrogazioni parlamentari e censure. Linguisticamente il suo era un tipo di cinema che doveva molto più a quello hollywoodiano che a quello italiano. Come disse Sciascia, Germi ha portato nel nostro cinema il tema della Frontiera e della legge.


– Nel suo libro Pietro Germi, il Siciliano, ha affrontato le sue cinque opere prodotte in Sicilia. Quanto la terra sicula è riuscita ad ispirare la sua arte? Che periodo è stato per Germi?

Quando Germi si accosta ai temi che riguardano la nostra Isola, già da qualche tempo, grazie a Rossellini, Visconti, Zampa e Brancati, nel cinema italiano si respira aria di Sicilia. Da questo scrigno inesauribile e meraviglioso che è la nostra isola, Germi nei primi due film a soggetto siciliano prende storie drammatiche a carattere sociale, come i tempi richiedono, per poi, negli anni del boom economico, della modernizzazione, nutrire il suo cinema di apologhi dai toni grotteschi, che mettono in luce i difetti e le storture non solo siciliane, ma nazionali. Germi amava dire “Mi sono affezionato a quest’isola perché la Sicilia è l’Italia due volte“. Il suo è un cinema che si nutre di un rapporto forte non solo con i corpi, ma anche con il paesaggio. Il suo amore per la Sicilia fonde natura e cultura in modo enigmatico e paradigmatico.

– Nei suoi lavori siciliani, si può ritrovare una critica corrosiva nei confronti di una società – quella meridionale – incapace di scuotersi e abbandonare le sue convinzioni secolari. Si può definire un rapporto di Amore-Odio quello tra il Sud ed il cineasta ligure?

In realtà non si può dire che Germi nutrisse un rapporto di amore -odio per il sud. Quanto piuttosto di Amore e Rabbia per la società nazionale, spesso bigotta, provinciale e retriva. Il tono ferocemente divertito di Divorzio all’Italiana e Sedotta e Abbandonata ha avuto la capacità di far sì che i siciliani non si siano mai sentiti messi alla berlina da un regista venuto dal nord, perché i temi che tratta Germi non sono soltanto temi siciliani, ma essi riguardano il carattere degli italiani in generale. Soltanto che in Sicilia si rivelano più esasperati. Non a caso l’anno successivo, con Signore & Signori toccherà al Veneto passare sotto la feroce frusta fustigatrice di Germi, che ne fa del film, unitamente a Divorzio all’Italiana e Sedotta e abbandonata, uno degli esiti più alti della commedia all’italiana.

– Con l’avvicinarsi del Natale e uscendo dalla produzione siciliana di Germi, vorrei chiederle un suo giudizio su Il Ferroviere (1956), pellicola in cui troviamo una critica alla società (prima del boom economico, in rapido cambiamento). Per certi versi ancora molto attuale, se pensiamo allo smarrimento di questi tempi (che il protagonista, lo stesso Germi-attore, affoga nel vino), al delicato tema del lavoro, alla freddezza dei sentimenti, nascosti da egoismo e apparente freddezza.

Il film appare come il disfacimento di un uomo e di una famiglia nell’Italia popolare e proletaria degli anni Cinquanta appena uscita dalla guerra. La nazione marciava a grandi passi verso il boom economico e cominciavano a manifestarsi i segni che travagliarono, la vita italiana in rapido mutamento sia all’interno della famiglia che nella vita sociale e nel mondo del lavoro, preannunciando la perdita di valori morali e sentimenti attraverso il ritratto di un uomo all’antica, legato al passato e che non sa e non vuole adeguarsi al mondo che sta cambiando. Il tutto è trattato dal regista in modo emozionale e sentimentale rendendo il film carico di toni melodrammatici e popolari adatti al tempo della sua realizzazione, ma oggi credo superati.

– Il suo film preferito di Germi e perché?

Ci sono tanti bei capolavori nella filmografia di Germi da Divorzio all’Italiana a Maledetto imbroglio, lo stesso Brigante di Tacca del Lupo, o Il Ferroviere, ma io nutro un amore particolare per un suo film minore il tanto bistrattato Gelosia tratto da Il Marchese di Roccaverdina. Secondo me un film da rivalutare perché si tratta di un bel melodramma passionale a tinte fosche, ben recitato e ben ambientato, dove delirio amoroso e gelosia formano il turbine che inghiotte il protagonista e dà vita alla tragedia raccontata forse con troppa enfasi che lo allontana dal romanzo verista del Capuana, ma funzionale alla vicenda.

Giacomo Aricò – Direttore di CameraLook