ScuolaInBici: spuntano due architetti di Palermo e una ditta di Torino

ScuolaInBici: spuntano due architetti di Palermo e una ditta di Torino

CATANIA – “All’istituto Marconi gli studenti le biciclette non le hanno mai utilizzate perché la polizza assicurativa per loro non è stata stipulata, come anche al Galileo Galilei, al Fermi-Eredia e in tutte le scuole posizionate oltre la circonvallazione”. Il professore Filippo Casella, referente del progetto per questa scuola, è molto chiaro nella sua ricostruzione dei fatti.

E il nostro romanzo a puntate continua. Prima o poi deve venire fuori la verità sul progetto ScuolaInBici che ha visto l’investimento di oltre un milione di euro del Fondo per la mobilità sostenibile per l’acquisto di biciclette elettriche e a pedalata personalizzata da distribuire in 22 scuole superiori catanesi.

Ma sapete perché in queste scuole il progetto per gli studenti non è partito?  Quella che doveva essere una lodevole iniziativa, per decongestionare il traffico in città e ripulire l’aria, aveva un raggio di azione molto limitato che andava dal centro storico fino al viale Odorico da Pordenone che però non doveva essere oltrepassato.

Era qui, infatti, che secondo il Comune si accendeva la lucina rossa di pericolo e quindi, per tale motivo, non sarebbe stata stipulata alcuna assicurazione per gli studenti degli istituti oltre la cortina della circonvallazione.

La domanda sorge spontanea: perché, allora, coinvolgere nel progetto scuole che non potevano materialmente usufruire dei benefici se non per gli insegnanti? Forse perché se non si raggiungeva un determinato numero di istituti non avrebbero accordato il finanziamento e quindi i “soldini”? È un giallo che però comincia già a dipanarsi ed a far capire anche chi ha tirato le fila, che per il momento resta nascosto sperando di non essere scoperto.

“A questo va aggiunto che le bici potevano essere utilizzate solo da chi era residente in città, quindi c’erano restrizioni su restrizioni – continua il professore Casella -. Proprio il Marconi è stato l’apripista dell’iniziativa e quindi è partito con qualche mese di anticipo rispetto agli altri. A scuola da noi sono venuti due architetti palermitani che ci hanno spiegato i termini dell’iniziativa e noi abbiamo accettato”.

“Alcuni giorni dopo con un corriere sono arrivate le biciclette – aggiunge il docente -. Erano già in uno stato pietoso, pedali rotti, manubri rovinati. In sostanza non potevano essere utilizzate ma noi ne avevamo necessità perché a maggio dovevamo partecipare, dietro invito del sindaco Stancanelli, alla manifestazione Bici in Città. Ma le bici quando io le ho provate – incalza Casella – erano inutilizzabili e i cambi neanche funzionavano”.

E quindi cosa ha deciso di fare?

“Ho contattato prima i due architetti per richiedere della manutenzione. Questa però era affidata ad una ditta di Torino e quindi il manutentore ogni volta avrebbe dovuto prendere un aereo, venire, girare per le scuole e fare i controlli. I nostri tempi erano stretti e così ho contatto un meccanico di mia fiducia che le ripara e andiamo al raduno. A questo signore chiedono di occuparsi della manutenzione delle bici per un mese con dei controlli tre volte a settimana e sa per quale compenso? Per 50 euro”.

Si avete capito bene, per sistemare e curare queste biciclette doveva scendere ogni volta una persona da Torino. Ma qui ne mancano persone capaci? No, tanto è vero che alla stessa persona che le ha aggiustate per questa emergenza venne anche proposto un lavoro. Gli accordi dovevano essere i seguenti: Tu ci curi la manutenzione di queste biciclette andando ogni settimana per tre volte in tutte e ventidue le scuole catanesi e noi ti corrispondiamo 500 euro alla fine del mese che chiaramente devono essere fatturati”.

Ma scusate con oltre un milione di euro di finanziamento pagate 500 euro al mese il manutentore? ma questi soldi nelle tasche di chi sono finiti? Lasciamo a voi spazio per l’immaginazione.

“Noi come referenti scolastici del progetto avevamo un gettone di 1.200 euro per tutti e tre gli anni. Ma io – conclude il professore Casella – ne ho ricevuti 700 circa proprio perché i miei studenti non potevano usarle.”

Ieri abbiamo realizzato il nostro primo giro per alcune delle scuole coinvolte e la versione dei referenti del progetto è stata più o meno uguale ovunque. Tutti parlano di uno spreco enorme perché le bici sono inutilizzate da tempo. Infatti, allo scadere dei tre anni fatidici, il Comune ha chiesto alle scuole di farsi carico di tutti i costi ma chiaramente non ci sono i fondi di sostentamento. Certo, quello che incuriosisce, intanto, è la figura di questo manutentore torinese: che c’entra? In quale parte del progetto è prevista la sua  partecipazione?

Ma torniamo allo spreco. Facendo dei facili calcoli, la spesa per i 22 referenti, secondo le cifre riferite dal prof. Casella, 1.200 oppure 700 euro per ciascuno, nei tre anni, non supererebbe 30 mila euro.

Aggiungiamo le spese di assicurazione che furono stipulate, come affermato dal dott. Valerio Ferlito, e che non conosciamo: azzardiamo 50 mila euro.

Avevamo calcolato nel primo articolo dell’inchiesta in 250 mila euro il costo delle bici, peraltro, come testimonia il prof. Casella, arrivate già con diversi problemi che le rendevano inutilizzabili, almeno in parte (ed anche su questo si dovrebbe indagare). Se tutto l’importo non supera, ad essere larghi 350 mila euro, ci si chiede: dove sono andati a finire le centinaia di migliaia di euro che mancano per arrivare al milione speso?

E chi sono gli architetti palermitani citati dal prof. Casella, e che ruolo hanno avuto?

La nostra inchiesta continua, per scoprire altri risvolti ed altri personaggi di questo “affaire” milionario.

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