Rapporto Svimez: al sud crisi si trasformerà in sottosviluppo permanente

Rapporto Svimez: al sud crisi si trasformerà in sottosviluppo permanente

Il sud d’Italia, un tempo terra contesa dai popoli del Mediterraneo perché ricca e florida più delle altre, rischia oggi di andare incontro al sottosviluppo permanente: a darne l’allarme è il rapporto Svimez, reso noto alla stampa nella tarda mattinata di ieri.

I dati raccolti dall’istituto di ricerca sono parecchi e spaziano dall’occupazione agli indici di natalità, dai numeri migratori all’incidenza dei consumi. Purtroppo in tutti questi settori non si accenna a cogliere segni di ripresa dalla crisi, anzi.

In tutto il sud d’Italia gli occupati regolari non superano i 5,8 milioni di unità: bisogna andare a ritroso nella storia sino al 1977 per poter avere dei dati anche lontanamente paragonabili a quelli attuali. Ancora una volta ad ingrossare le fila dei disoccupati sarebbero soprattutto le donne ed i giovani. Le prime, poco importa che corra ormai l’anno 2015, si trovano tuttora ad un bivio: scegliere tra lavoro e famiglia. Il nostro sud infatti spesso non è attrezzato per consentire alle lavoratrici di essere anche madri: diversamente da quanto avviene nel resto d’Europa le aziende non sono dotate di asili e la gravidanza continua ad essere in molti casi un evento penalizzante per la donna che lavora.

Diverso è il discorso per i giovani i quali, poco propensi a trascorrere la vita tra studi e tirocini, decidono di scappare dal meridione ed unirsi alle centinaia di amici, parenti e semplici conoscenti che riescono a mantenersi dignitosamente lavorando, anche come camerieri, a Londra, Berlino, ecc. Il rapporto Svimez sulla condizione economica del sud d’Italia rende noto che, dal 2001 allo scorso anno, la fuga di cervelli dal meridione ha portato le nostre regioni a registrare un saldo migratorio netto pari a circa 744 mila persone; 744 mila disperati che hanno deciso di costruire il loro avvenire in una terra che, paradossalmente, sentono più ospitale della loro.

B., ad esempio, ha deciso di vivere in Inghilterra per raggiungere finalmente l’indipendenza economica: “Sono partito da un piccolo paese in provincia di Catania con destinazione Londra. Qui per anni, nonostante avessi una laurea alle spalle, ho lavorato come cameriere. Il mio problema principale infatti era la non sufficiente conoscenza della lingua inglese e la pessima pronuncia. Ho preferito partire dal basso in modo da prendere dimestichezza con le espressioni idiomatiche e gli accenti. Devo dire comunque che anche facendo il cameriere sono riuscito a mantenermi dignitosamente all’estero. Adesso, molto probabilmente, tenterò il salto di qualità e magari metterò a frutto la mia laurea“. La fuga di cervelli, fenomeno in crescita tanto al sud quanto in Italia in genere, riguarda il meridione con 526 mila unità di giovani al di sotto dei 34 anni: di questi circa 205 mila hanno una laurea in tasca.

La crisi, impossibile negarlo, si ripercuote anche sulla vita e sulle scelte quotidiane. Nel 2014 il complessivo delle nascite per tutte le regioni meridionali è stato pari a 174 mila eventi: anche in questo caso purtroppo si parla di un dato da record, ovviamente negativo. Un indice di natalità così basso non veniva registrato da 150 anni al sud e, aspetto ancora più allarmante, nemmeno la crescente affluenza di migranti sembra risollevare le sorti delle nostre città.

Tutti questi fattori, la disoccupazione, il calo delle natalità e la fuga dei cervelli, faranno sì secondo gli specialisti della Svimez che da qui ai prossimi 50 anni il sud perderà ben 4,2 milioni di abitanti.

In una simile condizione, questo dato non è poi così sorprendente, sembrano calare anche i consumi: le famiglie nel 2014 hanno stretto ulteriormente la cinghia riducendo costi e sprechi dello 0,4% rispetto agli anni precedenti (prima dell’inizio della crisi questi si aggiravano invece su valori del 13,2% più alti). Più che negativi sono anche i dati relativi ai finanziamenti che nel corso dell’ultimo anno sono scesi di un ulteriore 4% rispetto a quanto avvenuto in passato: ciò si è tradotto in un complessivo decremento degli investimenti nell’attività produttiva pari a circa il 38% (38% agricoltura, 47% costruzioni, 59% industria).

La situazione quindi appare molto grave e i dati adesso citati giustificano la preoccupazione dei tecnici Svimez: il sud potrebbe andare incontro ad un processo irreversibile di desertificazione industriale. Se ciò accadesse il nostro meridione, un tempo l’area più ricca del Mediterraneo, cadrebbe vittima di un sottosviluppo permanente.

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