Operazione Halycon: altri due uomini in carcere - i DETTAGLI dei rapporti tra mafia e massoneria - Newsicilia

Operazione Halycon: altri due uomini in carcere – i DETTAGLI dei rapporti tra mafia e massoneria

Operazione Halycon: altri due uomini in carcere – i DETTAGLI dei rapporti tra mafia e massoneria

AGRIGENTO – Il 31 luglio scorso, nei comuni di Licata (AG) e Palermo, i carabinieri del R.O.S. e del comando provinciale di Agrigento hanno dato esecuzione al fermo di indiziato di delitto emesso dalla Procura della Repubblica di Palermo – Direzione Distrettuale Antimafia nei confronti di Giovanni Lauria, 79 anni, conosciuto come “il professore”, Vito Lauria, 49 anni (figlio di Giovanni), Angelo Lauria, 45 anni, Giacomo Casa, 64 anni, Giovanni Mugnos, 53 anni, Raimondo Semprevivo, 47 anni e Lucio Lutri, 60 anni.

Al centro delle indagini, che costituiscono un’ulteriore fase dell’articolata manovra investigativa sviluppata dall’autorità giudiziaria di Palermo e dall’Arma dei carabinieri in direzione della articolazione agrigentina di Cosa Nostra, è la famiglia mafiosa di Licata al cui vertice, nella qualità di promotore e organizzatore, è risultato essere il pregiudicato Giovanni Lauria, il quale presiedeva a riunioni e incontri con gli altri associati, gestendo e pianificando tutte le relative attività e affari illeciti, mantenendo il collegamento con esponenti di altre famiglie di Cosa Nostra della Sicilia Orientale, al fine di progettare la realizzazione di attività volte ad alterare le ordinarie e lecite dinamiche imprenditoriali.



Nell’ambito del medesimo procedimento penale, questa mattina, è stata eseguita l’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Palermo nei confronti degli indagati già sottoposti a fermo di indiziato di delitto.

Destinatari del provvedimento sono:  Antonino Cusumano, destinatario della misura cautelare degli arresti domiciliari perché ritenuto responsabile di favoreggiamento aggravato dall’aver agevolato l’associazione mafiosa; M.A., destinatario della misura dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria anch’egli ritenuto responsabile del medesimo reato. Entrambi sono stati sottoposti a perquisizione domiciliare.


L’indagine ha preso spunto dalle qualificate dinamiche relazionali ultra provinciali documentate dal R.O.S. che vedevano protagonisti da una parte il noto capomafia Salvatore Seminara (ritenuto all’epoca al vertice della famiglia di Caltagirone) e i suoi accoliti e dall’altra alcuni esponenti mafiosi licatesi capeggiati da Giovanni Lauria.

Le dinamiche, che attualizzavano i solidi e risalenti legami esistenti tra Cosa Nostra agrigentina e quella catanese, erano anticipatrici dell’infiltrazione dei lavori relativi alla realizzazione di un importante complesso turistico alberghiero e alla demolizione di immobili abusivi nel comune di Licata.

Nello specifico, le riunioni di Lauria e dei suoi più fidati sodali con gli esponenti della famiglia mafiosa di Caltagirone, sono state dettagliatamente documentate dal R.O.S. e hanno sin da subito assunto una rilevante valenza investigativa anche in riferimento al coinvolgimento di Salvatore Seminara, esponente mafioso di indiscussa importanza che, attualmente sotto processo perché ritenuto al vertice della famiglia mafiosa di Caltagirone e mandante di un duplice efferato omicidio commesso il giorno di Pasqua del 2015 a Raddusa (CT), ha già subito delle condanne definitive in quanto individuato – tra le altre cose – come massimo vertice provinciale di Cosa Nostra per il territorio di Enna.

In ragione delle risultanze investigative, è stato ampliato il monitoraggio tecnico di Giovanni Lauria e degli uomini agrigentini protagonisti delle dinamiche associative, attività che ha permesso di individuare i componenti (Giovanni Mugnos, Giacomo Casa, Vito Lauria e Angelo Lauria) del gruppo mafioso da questi diretto quale pericolosa articolazione di Cosa Nostra inquadrata nella famiglia di Licata e autorevole punto di riferimento sul territorio agrigentino delle paritetiche espressioni di Cosa Nostra di altre aree della Sicilia.

Ciò che ha reso ancor più evidente il potere esercitato dal gruppo mafioso capeggiato da Giovanni Lauria, è la dimostrata capacità di quest’ultimo di inserirsi in talune logge massoniche (lo stesso Vito, figlio di Giovanni, era all’epoca delle indagini “Maestro Venerabile” di una loggia con sede a Licata), avvalendosi altresì dei rapporti con Lucio Lutri, insospettabile funzionario della Regione Siciliana a sua volta al tempo “Maestro Venerabile” di loggia massonica con sede a Palermo, il quale ha sistematicamente messo a disposizione della consorteria mafiosa la privilegiata rete di rapporti intrattenuti con altri massoni professionisti ed esponenti delle istituzioni.

Giovanni Lauria, personaggio centrale nelle indagini che hanno portato all’emissione dell’odierno provvedimento restrittivo, è mafioso il cui spessore criminale è stato già ampiamente ricostruito nei provvedimenti giudiziari che lo hanno definitivamente riconosciuto quale esponente di spicco di Cosa Nostra agrigentina.

L’appartenenza mafiosa di Giovanni Lauria è stata oggetto di sentenza che lo ha condannato in via definitiva per il reato di cui all’art 416 bis c.p., essendo egli stato individuato quale punto di riferimento per l’allora rappresentante provinciale di Agrigento Giuseppe Falsone per conto del quale trasmetteva messaggi e comunicazioni ad altri esponenti apicali di Cosa Nostra siciliana.

L’uomo, proprio per il legame che aveva con l’allora latitante Falsone, era stato coinvolto dal capomafia calatino Francesco La Rocca (esponente di spicco dell’ala cosiddetta oltranzista di Cosa Nostra) nel tentativo di mediazione tra le opposte fazioni di Cosa Nostra agrigentina che avevano rispettivamente al vertice Falsone e Maurizio Di Gati.

Nonostante la condanna ricevuta e la pena espiata, Giovanni Lauria non ha interrotto i rapporti con la consorteria ed è emerso nelle indagini che oggi hanno portato alla sua cattura quale assoluto protagonista di cosa nostra.

La figura di Lauria è, inoltre, comparsa anche nella indagine denominata Assedio, condotta dall’Arma territoriale di Agrigento, nel cui contesto è stata documentata una rinnovata coesione all’interno di Cosa Nostra agrigentina tra gruppi mafiosi, in passato anche dialetticamente contrapposti, riconducibili alla famiglia di Licata.

Come emerso nel contesto investigativo in parola, a seguito della sua scarcerazione avvenuta nell’ottobre 2017, Angelo Occhipinti aveva acquisito un ruolo di vertice in seno alla consorteria mafiosa di Licata e aveva eletto a quartier generale del gruppo da lui diretto un magazzino dove egli teneva un jammer che attivava ogni qual volta avevano corso delle riunioni con altri uomini d’onore, e ciò nell’evidente convinzione che detto dispositivo avrebbe rappresentato un argine invalicabile alle investigazioni, rendendo impossibile la captazione dei dialoghi da parte degli investigatori.

Nel corso di una di tali riunioni è stato possibile registrare un colloquio intercorso proprio tra Giovanni Lauria e Angelo Occhipinti, avente straordinaria importanza investigativa, giacché si registrava l’intenzione dei due capi di unire i rispettivi gruppi al fine di ricompattare la famiglia mafiosa di Licata e ciò, evidentemente, per amplificarne il potere criminale e farla divenire una delle articolazioni mafiose più pericolose dell’intera Cosa Nostra.

Le indagini svolte hanno consentito di acquisire plurimi e convergenti elementi indiziari sul concorso nel delitto di cui all’art 416 bis c.p. di Lucio Lutri il quale, forte del suo incarico istituzionale di funzionario della Regione Siciliana e soprattutto della sua privilegiata rete di relazioni intrattenuta quale Maestro Venerabile di una loggia massonica di Palermo, si è messo a disposizione dell’associazione, sia acquisendo e veicolando informazioni riservate sulle attività di indagine in corso a carico della cosca, sia mettendosi in contattato con professionisti e compiacenti dipendenti della pubblica amministrazione (in gran parte anch’essi massoni) al fine di favorire le più disparate richieste (alcune delle quali illecite) avanzategli dai singoli componenti della famiglia di Licata per affari e vicende relative ai loro interessi patrimoniali.

Dall’attività investigati è emerso che il rapporto tra i massoni Vito Lauria e Lucio Lutri era oggetto di un colloquio intercettato tra Lutri e Giovanni Mugnos, durante il quale quest’ultimo ha riferito al suo interlocutore che Vito Lauria, in relazione a un intervento che Lutri doveva effettuare per la risoluzione dei debiti che Giovanni Lauria aveva maturato per le spese della sua detenzione in carcere, gli aveva testualmente evidenziato che “tu non lo sai io e Lucio a chi apparteniamo… andiamo a finire… andiamo a finire sui giornali”, con ciò chiaramente riferendosi alla affiliazione massonica che lo accomunava a Lutri e il cui disvelamento, qualora correlato alla vicenda che questo ultimo stava seguendo per conto del capomafia Giovanni Lauria, avrebbe avuto certamente un clamoroso effetto mediatico.

L’insospettabile ruolo svolto da Lutri nell’interesse dell’associazione è sintetizzato nelle parole pronunciate proprio da Giovanni Mugnos il quale, oltre ad alludere alla protezione che la provincia mafiosa riferibile a Matteo Messina Denaro eserciterebbe in favore di Lutri, chiariva che il nominato massone “ha due facce come se io la mattina quando mi sveglio e con una mano tocco il crocifisso e ‘dra banna’ ho il quadro di Totò Riina e mi faccio la croce”.

Lucio Lutri è senza dubbio entrato in un rapporto sinallagmatico con la cosca licatese, rapporto che ha prodotto reciproci vantaggi sia a lui stesso che a Cosa Nostra; il vantaggio per il massone, in alcune occasioni, si è concretizzato nella possibilità di richiedere favori che soltanto una struttura criminale come quella mafiosa poteva garantire.

Ciò in particolare è accaduto quando Lutri si è rivolto a Giacomo Casa al fine di costringere con metodi mafiosi un imprenditore restio ad onorare un debito nei confronti di una persona a lui vicina.

In un’altra occasione il massone si è rivolto sempre a Casa per ottenere la mobilitazione della famiglia al fine di attivare contatti mafiosi nella zona di Canicattì; contatti che  Mugnos e gli altri sodali, su indicazione di Giovanni Lauria, hanno individuato poi nel capo di quella articolazione mafiosa Lillo Di Caro.

A sua volta, l’associazione mafiosa ha avuto garantita da Lutri la sua disponibilità e l’utilizzo di importanti canali massonici, ottenendo la stessa associazione e per essa i singoli esponenti della famiglia, vantaggi consistenti ora nell’acquisizione di informazioni riservate circa attività di indagine a loro carico, ora nell’interessamento di professionisti compiacenti e dipendenti infedeli della pubblica amministrazione.

La rete di favori, piccoli vantaggi ed entrature che Lutri garantiva a tutti i principali componenti della famiglia mafiosa di Licata, è stata peraltro quasi orgogliosamente rivendicata dal medesimo Lutri nel corso di un dialogo intercorso con Giovanni Mugnos durante il quale egli si riferiva al costante lavoro di schermatura che garantiva agli uomini d’onore di Licata, consentendogli così da non comparire nei rapporti con enti e uffici pubblici, istituzioni e forze di polizia.

Inoltre, dalle attività di ascolto è stato accertato che Cosa Nostra licatese confidava nella rete di rapporti internazionali dell’allora Maestro Venerabile per amplificare il proprio prestigio e per accrescere le potenzialità, tanto da ipotizzare la possibilità di estendere all’estero i propri interessi economico/criminali.

La particolare considerazione che gli uomini d’onore di Licata riponevano sulle potenzialità di Lutri e dei suoi rapporti altolocati giungeva proprio dai due mafiosi Giovanni Mugnos e Angelo Lauria i quali, nel commentare l’efficacia dell’intervento di Lutri per risolvere alcune problematiche dello stesso Mugnos, convenivano sulla concreta utilità che Lutri riusciva sempre a garantire loro.

La sinergia tra Lutri e la famiglia mafiosa di Licata è stata efficacemente riassunta nel corso di una conversazione intercettata, durante la quale il primo, nell’interfacciarsi con il mafioso Giovanni Mugnos, esclamava compiaciuto “ma chi minchia ci deve fermare più?”, espressione questa chiaramente evocativa di una comunanza di interessi e di una reciprocità tra il massone e cosa nostra licatese.

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