Di Matteo. “Se mi uccidessero sarebbe chiaro il ruolo di Riina. La Sicilia ha fame di verità”

Di Matteo. “Se mi uccidessero sarebbe chiaro il ruolo di Riina. La Sicilia ha fame di verità”

PALERMO – “Se dovesse accadermi qualcosa i giudici che si occuperebbero di quell’omicidio, avrebbero già la prova di un coinvolgimento di Riina“. Lo ha detto il magistrato palermitano Nino Di Matteo, ospite di “Storie Vere”, su Rai Uno.

“Tante volte nei processi per le stragi di Capaci, di via d’Amelio e quella in cui morì il giudice Chinnici – ha aggiunto – mi sono trovato a cercare, da pubblico ministero, la prova di un mandato omicidario di Riina. Riguardo alle conversazioni intercettate in carcere nel 2013 tutti parlano di minacce. In realtà non sono minacce, perchè Totò Riina non aveva nessun sospetto di essere intercettato in quel luogo. Sono delle esternazioni di una volontà ed è la volontà di uno stragista efferato, di una sua volontà di condanna a morte”.

E, ancora: “Io non consiglierei ai miei figli di fare il magistrato, ma poi se lo facessero ne sarei felice perchè tutto sommato è un mestiere cosi esaltante come lo è qualunque mestiere quando è finalizzato a cercare la verità dei fatti. Questo Paese ha un disperato bisogno di verità”.

“Una volta – ha raccontato Di Matteo – ho visto mio figlio partecipare a un corteo studentesco per manifestarmi solidarietà, non mi aveva detto nulla. Ho capito che anche loro condividono le idee del padre e ciò mi ha reso non dico felice, ma sollevato rispetto a un senso di colpa che comunque c’è”. 

“Avverto il pericolo – ha continuato – che le mafie operanti in Calabria e in Sicilia in generale sul territorio italiano, vogliano porsi agli occhi dell’opinione pubblica come garanti della tranquillità nei territori da loro governati. Mi è capitato di constatare che alcuni cittadini si siano convinti che in Sicilia e Calabria certi attentati non potrebbero mai accadere, perchè il territorio è controllato dalla mafia. Questo è molto triste perchè significa che guardano alle mafie come un contraltare rispetto al terrorismo e alla possibilità di attentati. Tra lo stragismo mafioso e quello dell’Isis a mio avviso, sono evidenti delle forti analogie soprattutto se si considera la strategia della paura: in fondo gli attentati del 1993 a Firenze, Roma e Milano perseguivano gli stessi fini che probabilmente perseguono gli attentati dei fondamentalisti islamici: quello di gettare intere popolazioni nel panico”. 

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