Libero Grassi, il coraggio di denunciare

Libero Grassi, il coraggio di denunciare

PALERMO – Era un comune cittadino Libero Grassi. Non indossava nessuna divisa, non aveva nessun titolo istituzionale. Eppure era temuto dalla mafia, al punto che Cosa nostra decise di eliminarlo perché aveva difeso, senza retorica e sfuggendo al protagonismo, la propria libertà e dignità di uomo e imprenditore.


Libero lo era a partire dal nome che i genitori gli avevano dato per ricordare il sacrificio di Giacomo Matteotti, il segretario del Partito Socialista Unitario che aveva denunciato pubblicamente i brogli elettorali dei fascisti e per questo era stato assassinato dalle camicie nere di Benito Mussolini il 10 giugno 1924, un mese e nove giorni prima della sua nascita.


Libero Grassi, la richiesta di pizzo e la lettera al “Caro estortore”

Nato a Catania, si era trasferito a Palermo con la famiglia all’età di 8 anni. Nel capoluogo siciliano aveva aperto uno stabilimento tessile, dando vita alla Sigma, “un’azienda sana, a conduzione familiare“. Così l’aveva descritta in una lettera pubblica: “Da anni produciamo biancheria da uomo: pigiami, boxer, slip e vestaglie di target medio-alto che esportiamo in tutta Europa. Abbiamo 100 addetti: 90 donne e 10 uomini. Il nostro giro d’affari è pari a 7 miliardi annui. Evidentemente è stato proprio l’ottimo stato di salute dell’impresa ad attirare la loro attenzione“.


La mafia, infatti, aveva messo gli occhi sull’azienda dell’imprenditore palermitano e aveva bussato alla sua porta per chiedere i soldi per i “poveri amici carcerati“, i “picciotti chiusi all’Ucciardone“. Richieste alle quali Libero Grassi si era subito opposto, ricevendo telefonate minatorie che lo invitavano a stare attento al magazzino, al figlio, a se stesso. A parlare all’altro capo del telefono era una voce maschile che si presentava come “geometra Anzalone“. L’imprenditore, però, non si era lasciato intimidire, anzi: aveva reagito con più fermezza, denunciando le richieste di pizzo alle forze dell’ordine e all’opinione pubblica.



Caro estortore…“, iniziava così la lettera firmata da Grassi pubblicata il 10 gennaio 1991 sul Giornale di Sicilia, destinata ad accendere i riflettori sul tema del racket, conosciuto da molti e taciuto da tutti: “Volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere… Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al ‘geometra Anzalone’ e diremo no a tutti quelli come lui“.

La sorveglianza della polizia, però, non aveva fatto desistere gli esattori del pizzo che, poco dopo, si erano presentati nella fabbrica in qualità di sedicenti “ispettori di sanità”. La descrizione fornita dall’imprenditore e la sua denuncia contribuirono a far arrestare i fratelli gemelli Antonio e Gaetano Avitabile, 26 anni, il 19 marzo 1991, insieme a un complice.

L’impegno pubblico contro il racket

Per Grassi avrebbe dovuto essere una vittoria, ma la soddisfazione per l’arresto aveva portato con sé non poche delusioni: con grande rammarico aveva scoperto di essere solo nella sua lotta contro la mafia. Aiutato e supportato dalla famiglia (la moglie Pina Maisano e i figli Alice e Davide), dagli amici e dalla Confesercenti di Palermo, ma abbandonato dai colleghi. Troppo il chiasso prodotto dalle sue denunce, troppo il clamore suscitato dalle parole che non aveva esitato a pronunciare con fermezza anche nel corso della puntata dell’11 aprile 1991 della trasmissione di Rai Tre Samarcanda, condotta da Michele Santoro: “La prima cosa che controlla la mafia è il voto. Bisogna creare la qualità del consenso: a una cattiva raccolta dei voti, corrisponde una cattiva democrazia. […] La mafia in Sicilia è il maggior interlocutore del mondo politico in quanto dispone del voto, dei soldi e degli inserimenti nell’amministrazione“. Alla provocazione del giornalista, sul perché non intendesse cedere alle richieste degli strozzini, rispose paziente: Non sono pazzo: non mi piace pagare. È una rinunzia alla mia dignità di imprenditore“.

Credeva nei mass media Libero Grassi: aveva capito che solo mantenendo alta l’attenzione dell’opinione pubblica si potesse intervenire per smuovere le coscienze e abbattere il muro di omertà contro il quale si stava scontrando. Perseguiva la legalità e l’idea di un’impresa e di un’economia libera, trasparente, socialmente sostenibile, promuovendo la creazione di assicurazioni collettive di imprenditori per controbattere alle minacce della mafia.

A remare contro questa visione, però, si era stagliata la sentenza emessa il 4 aprile del 1991 dal giudice istruttore di Catania, Luigi Russo, che aveva stabilito che non era reato pagare la “protezione” ai boss: beffardamente un verdetto dello Stato legittimava il pagamento delle tangenti. “Stabilire che in Sicilia non è reato pagare la mafia è ancora più scandaloso delle scarcerazioni dei boss. Ormai nessuno è più colpevole di niente. Anzi, la sentenza del giudice Russo suggerisce agli imprenditori un vero e proprio modello di comportamento; e cioè, pagate i mafiosi. E quelli che come me hanno invece cercato di ribellarsi?“, il commento dell’imprenditore.

L’assassinio in via Vittorio Alfieri

Telefonate, rapine, minacce: la mafia non esitava a far sentire la sua pressione, ma Libero Grassi aveva rifiutato la scorta. Alle 7,30 di giovedì 29 agosto 1991, mentre si stava recando a piedi in fabbrica, l’imprenditore venne intercettato in via Vittorio Alfieri dagli uomini di Cosa nostra: Salvatore “Salvino” Madonia, figlio del boss di Resuttana, e Marco Favaloro. Quattro colpi lo raggiunsero alle spalle: un proiettile lo colpì al torace; altri due, devastanti, alla testa. Aveva 67 anni.

L'imprenditore tessile Libero Grassi venne ucciso dai sicari di Cosa nostra in via Vittorio Alfieri, a Palermo, il 29 agosto 1991

Fonte foto: Facebook – Libero Grassi

Il giudice Giovanni Falcone commentò così l’assassinio: “Probabilmente non si è tenuto sufficientemente conto che, a prescindere da quale fosse l’idea di Grassi sulla opportunità o meno di essere sotto scorta, Cosa nostra difficilmente avrebbe trascurato di dare una lezione a chi metteva in forse tutto il sistema del racket mafioso“.

Libero Grassi, medaglia d’oro al valor civile

Dignità, coerenza e umanità: sono i valori che Grassi ha incarnato e che hanno guidato le sue scelte. Nella motivazione per il conferimento della medaglia d’oro al valor civile si legge: “Splendido esempio di integrità morale e di elette virtù civiche, spinte sino all’estremo sacrificio“.

Era un comune cittadino Libero Grassi, ma il suo coraggio non è stato affatto comune. E libero lo è stato davvero.