Imprenditore catanese nella morsa dell’usura perde azienda per pagare interessi: arrestati i 2 aguzzini – NOMI

Imprenditore catanese nella morsa dell’usura perde azienda per pagare interessi: arrestati i 2 aguzzini – NOMI

CATANIA – Su delega della Procura della Repubblica del capoluogo etneo, i finanzieri del comando provinciale della Guardia di Finanza di Catania hanno dato esecuzione a un’ordinanza di misure cautelari emessa dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Catania nei confronti di 2 persone sottoposte agli arresti domiciliari, indagati per usura aggravata perpetrata a danno di un piccolo imprenditore.

Con il medesimo provvedimento è stato disposto il sequestro preventivo finalizzato alla confisca del complessivo profitto usuraio pari a circa 35mila euro.



La vittima, prima lavoratore dipendente non in regola e successivamente titolare di una ditta individuale esercente la propria attività in Catania, al fine di fronteggiare, inizialmente, bisogni personali e, successivamente, di sostenere la propria attività professionale, si è rivolto ai due soggetti arrestati per ottenere prestiti in denaro contante per un complessivo ammontare di 32mila euro.

Sono stati posti agli arresti domiciliari:


  • Camillo Scuderi di 35 anni, detto Meluccio, il quale vanta legami parentali con esponenti della criminalità organizzata come il padre Salvatore Scuderi di 56 anni, clan Santapaola-Ercolano, oggi in regime di libertà vigilata, condannato per la sua partecipazione a Cosa Nostra etnea, per produzione, spaccio e traffico di stupefacenti, rapina, sequestro di persona a scopo di rapina nonché per estorsione aggravata dal metodo mafioso, e il suocero Alessandro Di Pasquale, di 49 anni, scarcerato nel 2015 dopo essere stato arrestato per traffico di stupefacenti;
  • Alfonso Giovanni Angiolini di 62 anni, noto come ‘zu Giuvanni di bibiti’, titolare dell’omonima ditta individuale esercente il commercio al dettaglio ambulante prevalentemente di bevande ma anche di profumi, cosmetici, saponi. L’impresa in questione, nell’ultimo triennio, non ha prodotto redditi da assoggettare a imposte.

Le meticolose e celeri investigazioni condotte dai finanzieri del nucleo P.E.F. di Catania, sviluppate attraverso l’esecuzione di intercettazioni telefoniche, ambientali, accertamenti bancari riscontrate dalle dichiarazioni acquisite dall’usurato, hanno consentito di raccogliere gravi e precisi indizi sull’applicazione di tassi d’interesse usurai fino al 2.000 % su piccoli prestiti concessi dagli arrestati dal 2011.

Nello specifico, Scuderi ha erogato alla vittima 10 prestiti per un ammontare complessivo di 18mila euro in contanti pretendendo quale compenso – oltre ovviamente la restituzione del capitale –  interessi per oltre 23mila euro calcolati con un tasso oscillante tra il 117% e il 1997 % ben oltre la soglia limite fissata nel periodo di riferimento tra il 16 e il 17%.

Angiolini, invece, dal canto suo, ha concesso 3 prestiti in denaro all’usurato per complessivi 14mila euro applicando un tasso variabile tra il 108% e il 650% così pretendendo interessi per oltre 11mila euro.

La vittima fu costretta a rivolgersi a Scuderi nel 2011 in quanto, non disponendo di redditi ufficiali e continuativi, non poteva avere agevole accesso a piccoli prestiti bancari; pertanto, al fine di sostenere i costi iniziali per l’avvio di un’istruttoria per la concessione di un mutuo bancario per l’acquisto della prima casa, l’usurato si rivolse a “Meluccio”, noto per essere, già al tempo, persona che concedeva prestiti usurai.

Il patto criminale prevedeva il versamento del denaro contante alla vittima sottraendo già dal capitale la prima rata d’interessi mensili calcolati al 10%. In pratica, la persona offesa, richiesto un prestito di mille euro, acquisiva la disponibilità immediata di 900 euro con l’obbligo di versare interessi mensili di 100 euro, senza limiti temporali, ma sino all’integrale restituzione dell’intera somma mutuata (mille euro) da corrispondere in un’unica soluzione. Iniziano così le vicissitudini del piccolo imprenditore che, una volta imboccato il tunnel dell’usura, si è trovato costretto ad avanzare nuove richieste di prestito sia per onorare il corrispettivo usuraio stabilito quanto per sostenere la propria attività lavorativa e soddisfare i propri bisogni familiari. 

La pressione esercitata da Scuderi per il recupero dalla vittima del capitale prestato era costante e non vi era stato mai motivo che sfociasse in atti intimidatori espliciti in quanto la perentorietà delle ingiuste condizioni contrattuali imposte non veniva mai posta in discussione; anzi è lo stesso Scuderi a ingegnarsi per escogitare nuove formule che gli favorissero il rientro del capitale “investito”. In un’occasione, per la restituzione di un prestito di 2mila euro (a fronte del quale erano già stati corrisposti 3mila euro di interessi), il malcapitato era costretto ad accendere un finanziamento per 3mila euro con un istituto bancario a nome della sua convivente (con addebito diretto sul conto corrente di quest’ultimo di 12 rate mensili da 270 euro) per l’acquisto di porte di una nuova abitazione in uso a Scuderi. Nel caso specifico, l’usurato, per la restituzione del capitale di 2mila euro, è stato costretto a contrarre un finanziamento per un importo ben maggiore. 

Lo schema adottato da Scuderi per l’acquisto delle porte è stato ripetuto anche per la restituzione di un capitale di 3mila euro per la quale la persona offesa era costretta ad accendere un finanziamento per 4.800 euro circa in modo da consentire a Scuderi di acquistare un nuovo scooter. Da ultimo, anche per l’acquisto di un’autovettura del valore di 15mila euro, Scuderi, per velocizzare la restituzione dei suoi capitali dati a prestito, ha imposto alla vittima l’accensione del solito finanziamento a carico del convivente. Per la concessione del prestito in questione, Scuderi è intervenuto direttamente nella procedura di accensione presentando buste paga fasulle per conto del soggetto a cui poi sarebbero state addebitate le rate di finanziamento.

A partire dal 2015, già stretto nella morsa usuraia, la persona offesa, nel frattempo esercente una piccola attività professionale, è stato costretto a rivolgersi anche ad Angiolini il quale ha concesso, in tre distinte circostanze, prestiti di 4mila, 6mila e ancora 4mila euro in contanti. La rata usuraia pretesa quale corrispettivo ammontava complessivamente per i 3 prestiti a 450 euro settimanali pari a un tasso oscillante tra il 108% e il 520% ben oltre la soglia limite del 17%.

Per la restituzione di un capitale residuo di 6.900 euro, invece, la vittima è stata costretta a cedere in garanzia la propria attività professionale ad Angiolini valutandola 15mila euro, valore sottostimato rispetto a quello reale di mercato, così ricavandone, in contanti, la differenza pari a 8mila euro. L’usurato poteva continuare a esercitare la sua professione pur avendo ceduto, solo informalmente, l’impresa, pagando un affitto di 100 euro settimanali. Il piccolo imprenditore, pur restando intestatario della licenza, aveva perso anche l’azienda e per il suo riacquisto era stato pattuito che dopo il pagamento dei canoni di locazione nella misura suindicata, per cinque anni, avrebbe avuto la possibilità di riscattarla a un prezzo di 15mila euro.

La vittima, in più circostanze, ha tentato di far valere le proprie ragioni sottolineando agli strozzini che non era più nelle condizioni di poter adempiere ai pagamenti impostigli e che comunque aveva corrisposto agli stessi interessi pari ad almeno il doppio del capitale ricevuto. Ciò nonostante i due uomini arrestati non hanno desistito dai loro propositi criminali così portando fino in fondo la loro azione di recupero dei profitti usurai.

Immagine di repertorio