Estorsioni e spaccio per mantenere i sodali carcerati, così il gruppo di Mascalucia dei “Santapaola-Ercolano” gestiva gli affari

Estorsioni e spaccio per mantenere i sodali carcerati, così il gruppo di Mascalucia dei “Santapaola-Ercolano” gestiva gli affari

CATANIA – L’operazione messa a segno alle prime ore di questa mattina, che ha visto impegnati più di 200 carabinieri del comando provinciale di Catania, è frutto di un’intensa attività investigativa.

Dalle indagini è emerso che la gestione delle attività illecite del gruppo di Mascalucia – diretto senza soluzione di continuità dal carcere dall’ergastolano Pietro Puglisi all’epoca ancora non sottoposto al regime di cui all’art. 41 bis o.p. – negli anni precedenti alla scarcerazione di Salvatore Puglisi e Giuseppe Puglisi figli del predetto Pietro, era stata demandata a Salvatore Mazzaglia, Mirko Pompeo Casesa e a Alfio Carciotto, quest’ultimo coadiuvato dal figlio Antonio. Questi si erano avvalsi, tra gli altri, della fattiva collaborazione dei fratelli Bonanno.


In particolare, Salvatore Bonanno, poi divenuto collaboratore di giustizia, negli anni precedenti approfittando dell’assenza degli esponenti apicali del gruppo in quanto detenuti, ha assunto un ruolo importante in seno al predetto sodalizio, tanto da avviare e gestire personalmente le attività estorsive con la collaborazione dei suoi fratelli, andando ben oltre i compiti assegnatigli.

Dopo la sua scarcerazione, Salvatore Puglisi, nell’anno 2017 è diventato subito responsabile del gruppo di Mascalucia riaffermando il controllo del territorio e la posizione di vertice che aveva prima dell’arresto, operando in sinergia con gli altri sodali del gruppo.



L’indagine in particolare ha preso origine dalla denuncia sporta negli uffici della compagnia di Gravina di Catania nel febbraio del 2017 per tentata estorsione dai fratelli Giovanni Carmeni e Salvatore Carmeni, titolari della ditta di costruzioni “Carmedil s.r.l.”, i quali hanno indicato solo di aver trovato all’interno di un proprio cantiere edile un biglietto manoscritto a carattere intimidatorio, contenente l’inequivocabile richiesta del pagamento di una somma di denaro, pena la distruzione dello stesso cantiere.

A seguito di ciò, sono state avviate accurate indagini, tradizionali e tecniche, le quali hanno permesso di individuare tutta la linea gerarchica dell’organizzazione criminale, facente capo al clan mafioso Santapaola-Ercolano, e che era guidato dall’ergastolano Pietro Puglisi che esercitava l’azione di comando dal carcere per il tramite dei figli Salvatore e Giuseppe, e di ricostruire l’esatta composizione del gruppo malavitoso e i ruoli dei sodali, ma soprattutto di fotografare la mappa delle attività delittuose, con riferimento particolare a quelle estorsive poste in essere nei confronti di esercenti e imprenditori.

Le somme estorte alle vittime erano destinate al mantenimento dei sodali detenuti, in primis di Pietro Puglisi, nonché al soddisfacimento delle esigenze comuni del gruppo.

Tale attività ha permesso sin da subito, precisamente il 14 marzo 2018, di sottoporre a fermo di indiziato di delitto ben sette elementi di vertice del gruppo, i quali avevano palesato propositi di omicidio nei confronti di un esponente della “famiglia” per un contrasto a seguito di una attività estorsiva.

Le investigazioni hanno consentito di dimostrare, con riferimento a un territorio particolarmente esteso, che il clan imponeva la sua forza e dominio del territorio anche con il traffico di marijuana e hashish, dimostrando capacità organizzativa nel perpetrare le attività illecite e con l’intento di acquisire, in modo diretto o indiretto, la gestione o comunque l’assoggettamento di attività economiche e altro per realizzare profitti o vantaggi ingiusti.

Va evidenziato che il positivo esito dell’attività di indagine è stato conseguito anche grazie al fatto che gli inquirenti sono stati capaci di infondere fiducia in molti commercianti e imprenditori vittime di estorsione da parte del gruppo mafioso di Mascalucia e che hanno trovato il coraggio di ammettere i fatti confermando ulteriormente le responsabilità degli indagati.

Invero all’esito delle indagini sono stati contestati ben 15 episodi di estorsione e, nella maggior parte dei casi, gli indizi che già emergevano dalle attività di intercettazione hanno trovato sicuro riscontro e conferma nelle dichiarazioni delle vittime, e solo in pochi limitati casi invece le vittime sono state denunciate per favoreggiamento degli estortori per avere dichiarato il falso.