Dal furto di un escavatore all’omicidio, dopo 20 anni finiscono in carcere gli assassini di Carmelo Rizzo

Dal furto di un escavatore all’omicidio, dopo 20 anni finiscono in carcere gli assassini di Carmelo Rizzo

BARCELLONA POZZO DI GOTTO – Sono passati 20 anni dal giorno in cui Carmelo Martino Rizzo, un autotrasportatore, sarebbe stato ucciso in una piazzola di sosta dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, nei pressi di Lauria (Potenza).


A interrompere la vita del 28enne sarebbero stati due uomini: Basilio Condipodero, 45enne e Giovanni Rao, 58enne, entrambi originari di Barcellona Pozzo di Gotto, nel Messinese.


A seguito di indagini dirette dalla Direzione Distrettuale Antimafia, condotte dagli agenti di polizia della Sezione Criminalità Organizzata della Squadra Mobile della Questura di potenza, ieri si è proceduto all’esecuzione di ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal Tribunale del riesame di Potenza (poi confermate in cassazione) nei riguardi dei due uomini, ritenuti dunque responsabili dei delitti di omicidio volontario, detenzione e porto di armi da fuoco, aggravati sia per metodo che per agevolazione dall’art. 416 bis.1 c.p..


I gravi fatti delittuosi contestati ai messinesi risalgono al 1999, quando, in qualità di soggetto di spicco del sodalizio mafioso siciliano, denominato “famiglia barcellonese” nonché di mandante del delitto, Rao ordinò a Condipodero, esecutore materiale dell’omicidio (in concorso con Stefano Genovese, 45enne, già condannato dalla Corte di Assise di Potenza e tuttora detenuto per questo delitto) del commerciante e autotrasportatore.



L’uomo è stato assassinato la notte del 4 maggio 1999 all’interno del proprio autoarticolato, con un gesto diretto ad affermare e agevolare l’attività delittuosa della cosca mafiosa operante a Barcellona Pozzo di Gotto, in stretto collegamento con esponenti palermitani e catanesi di Cosa Nostra.

L’omicidio sarebbe stato messo in atto per punire la vittima in quanto, secondo i mandanti, responsabile del furto di un escavatore di proprietà di una ditta sottoposta alla “protezione” del sodalizio mafioso (a cui pagava tangenti a titolo di estorsione).

Immagine di repertorio