Crollo prezzo del latte, Pottino: “Premi accoppiati limitati alle zone strategiche”

Crollo prezzo del latte, Pottino: “Premi accoppiati limitati alle zone strategiche”

PALERMO – Nelle ultime settimane ha fatto discutere moltissimo la questione riguardante il crollo del prezzo del latte. La protesta, partita dalla Sardegna, ha raggiunto dieci giorni fa anche la Sicilia, con manifestazioni nelle province di Trapani, Enna e Ragusa. Durante questi sit-in il prodotto è stato gettato a terra perché il divario tra il prezzo di vendita e i costi di produzione si è fatto sempre più ampio. Il primo dei due valori supera di poco i 60 centesimi.


In Sicilia sono state avanzate idee come, per esempio, incentivi per gli allevatori e un premio a favore degli ovini che sono nati e cresciuti all’interno della comunità e con adeguate certificazioni sanitarie. Inoltre, la presenza delle istituzioni non è mancata e la Lega ha fissato, per i primi giorni di marzo, un incontro con gli addetti ai lavori al governo nazionale.


Il presidente di Confagricoltura Sicilia, Ettore Pottino, racconta di un incontro avvenuto lo scorso martedì con il presidente della Regione Siciliana, Nello Musumeci, e ribadisce le proprie proposte. In Sardegna, però, la realtà è ben diversa perché c’è un’unione tra i produttori che in Sicilia ancora manca.


“Musumeci ha mostrato e continua a mostrare attenzione al mondo agricolo – afferma Pottino -, perché è stato lui a sollecitare questa riunione. La soluzione è contenuta nella Pac (Politica Agraria Comunitaria) ed è quella dei premi accoppiati, riservati a determinati comparti e limitati alle zone strategiche, che sono la Sardegna e la Sicilia, maggiori produttrici di latte ovino. Tutto questo per non disperdere risorse e per concentrarle in questo settore attualmente in crisi. Il premio accoppiato esiste già per gli ovini e andrebbe fatto per ogni capo detenuto e allevato. Il problema di concorrenza in questo caso è all’interno dell’Europa, perché c’è il latte rumeno che arriva a 30 centesimi, e per quello ovino, data l’esclusività delle due isole, si dovrebbero rivendicare la continuità territoriale e l’insularità. In Sardegna hanno costituito cooperative e consorzi e hanno più prodotti a marchio Dop (Denominazione Origine Protetta), ma la crisi la soffrono di più, anche perché hanno avuto un calo del 33 % sull’export per gli Stati Uniti. Da noi invece i Dop incidono per il 7-8 %, cioè niente. Noi chiediamo un contributo all’allevatore che quantizza un valore determinato dalla differenza tra il prezzo del prodotto europeo e di quello nostrano portando così un utile alla sua attività”.



Il lavoratore occupa sempre un ruolo di primo piano e negli ultimi anni ci sono stati progressi nel ciclo produttivo. La categoria va sempre incentivata, ma la vicinanza della politica non manca.

“Riguardo alle norme igienico sanitarie nella zootecnia e nella produzione – conclude Pottino – abbiamo fatto passi avanti negli ultimi 25 anni e produciamo tuttora prodotti sicuri e tracciabili. Ma molti allevatori non sono riusciti a stare al passo coi tempi e quelli che invece ce l’hanno fatta vanno tutelati. Il latte viene venduto 65 centesimi e per avere un reddito adeguato deve essere almeno un euro. A causa della globalizzazione soffrono tutti i comparti e sia le produzioni nostre che le importazioni vanno regolate con un calendario. L’Unione Europea prevede aiuti de minimis, che gli Stati membri possono dare senza la sua intermediazione, ma se superano il limite di 25mila euro vanno contro le sue norme e diventano aiuti di Stato. La mia posizione è stata presa anche dal Movimento 5Stelle e adesso attendiamo la formalizzazione del tavolo tecnico della Regione”.

Sebastiano Salemi, direttore industriale di una nota azienda produttrice di latticini, sottolinea come il problema fondamentale sia il mercato.

“Noi siamo trasformatori sia di latte ovino che di latte bovino – spiega Salemi –. Per quello ovino i prezzi dipendono soprattutto dal mercato, che a sua volta è dato dalla quantità di prodotto fatto con quello che si riesce a vendere. Lo Stato dovrebbe mettere tutti gli attori della filiera nello stesso tavolo e invece solo il 35 % del valore finisce a chi produce. Inoltre i parametri di qualità, che aumentano il prezzo, spesso sono bassi”.