Il cabaret di “Quelle del Botticelli” piace al pubblico dell’Ambasciatori

Il cabaret di “Quelle del Botticelli” piace al pubblico dell’Ambasciatori

CATANIA – Inarrestabili, magmatiche, irriverenti, due fiumi senza argini, sono loro, “Quelle del Botticelli” che per due ore hanno retto uno show cabarettistico in un crescendo parossistico, a volte recitando perfino a soggetto, con un testo che ha attraversato in maniera trasversale tutto ciò che di criticabile si può cogliere, da Adamo ed Eva, negli uomini, nei mariti, nelle donne, nella città “marca Lioutru” fino a travalicare i confini asiatici: Covid d’importazione compreso.

Così, in poche righe, abbiamo tratteggiato i diversi architravi dello spettacolo di cabaret “I nostri primi 500 anni” andato sabato sera in scena al Teatro Ambasciatori, quarto appuntamento del variegato cartellone dell’Associazione Teatrale “Ridi che ti passa”.


Cabaret nell’integrale rispetto (canzoni comprese) dei canoni di un’arte, come quella di far ridere, antica e di non semplice “gestione”, e ancor più se a reggere la scena sono (solo) due artiste anche se ben supportate da diversi interventi “da spalla” di un Carlo Litrico ora nei panni di un turista, ora di marito, ora di tifoso, ora in quelli di un papà morente in una fantomatica tragedia.

Tema portante l’uomo con i suoi (tanti) vizi e le sue (irreperibili) virtù, risucchiato nel tritacarne della critica di due donne che, uscite fuori dal famoso quadro “Le tre Grazie” del pittore fiorentino, hanno deciso di compiere una disperata impresa come quella di trovare un uomo vero. Escamotage artistico per sciorinare tutti, ma proprio tutti, i difetti della classe maschile accentuate soprattutto se intercalati nel ruolo di marito/tifoso/sedicente donnaiolo. Non esente da critiche anche il pianeta donna con le sue inarrivabili, per l’uomo, intersecate elucubrazioni, fossero anche la scelta di un vestito o l’atavica ignoranza in materia di motori. Se pur a rischio per aver afferito a un cliché trito e ritrito, la verve e la spontaneità nelle battute di Angela & Francesca, le canzoni mutate a tema e le improvvisazioni, hanno fatto da schermo a un “pericoloso” déjà-vu del sentito, del luogo comune che potrebbe non fare più ridere.

Pericolo del tutto evitato soprattutto nel secondo atto quando, messo da parte il pianeta uomo, si sono prodigate in subitanei salti temporali a ritroso e in avanti: da Adamo ed Eva fino alla pandemia, intercalando esilaranti aneddoti sulla nostra città da cui facilmente hanno colto a piene mani.

Chicca finale, l’originale invenzione di un fantomatico regista russo presente in sala per un ancora più fantomatico copione dove la tragedia, da mettere in scena, diventava fonte inesauribile di storpiature del testo da cui attingere per risate senza soluzione di continuità. Alla fine, il prezzo del biglietto ci stava davvero tutto.