CATANIA – Nell’ambito delle attività legate al percorso di Formazione Scuola Lavoro “Scuola di legalità” (che coinvolge la IV E e Libera), giovedì 12 marzo, dalle ore 11 alle ore 13, si è svolto l’incontro online, dal tema “Diventare cittadini”, con Gian Carlo Caselli, già magistrato, componente togato del Consiglio Superiore della Magistratura, Direttore del DAP (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria), rappresentante italiano in Eurojust, autore di varie pubblicazioni sui temi della legalità e della giustizia e presidente onorario di Libera.
Il dott. Caselli ha aiutato i ragazzi a scavare come esperti e appassionati archeologi nell’inconscio insanguinato del nostro paese, per riscoprire la parte più preziosa di noi e farci respirare dentro qualcosa di grande e inatteso: la memoria che non conserva ma accende.
Nel paese più smemorato del mondo, l’Italia, si fa presto a dimenticare tutto; magari dopo averlo banalizzato. È compito primario e fondamentale di chi ha confidenza con gli strumenti del mestiere di intellettuale impedire che questo accada. Infatti, il principio di legalità non è un concetto astratto ma un’eredità; non nasce nei tribunali, ma nel cuore degli uomini che non vogliono piegarsi.
È un vento che attraversa i secoli portando con sé la voce di Antigone, la fermezza di Socrate, la lucidità di Cicerone, i quali antepongono il giusto all’utile, pur sapendo cosa comporta. È un fuoco antico, acceso da mani che non conosciamo più, e che tuttavia continua a bruciare, come una torcia passata di generazione in generazione, affinché nessuno resti solo nella notte.
Educare alla legalità significa insegnare a reggere quella torcia, che illumina ma pesa, in quanto impone di dire “no” quando il mondo intero sembra dire “sì”.
Tra gli anni Settanta e Ottanta, come giudice istruttore, si è occupato di reati di terrorismo riguardanti in particolare le Brigate Rosse e Prima Linea, catturando Renato Curcio e Alberto Franceschini, esponenti di spicco e fondatori delle BR, grazie anche alla determinante collaborazione con il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Dopo che il giudice Caponnetto aveva lasciato l’incarico di capo dell’Ufficio istruzione di Palermo per ragioni di salute e raggiunti limiti di età, il Consiglio Superiore della Magistratura è chiamato a scegliere fra Meli, il vincitore per anzianità di servizio che scioglierà il pool antimafia, e Falcone, votato da una minoranza comprendente il dott. Caselli.
Dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio del 1992, viene nominato procuratore della Repubblica presso il tribunale di Palermo, ottenendo importantissimi risultati nella lotta a Cosa nostra, coordinando l’arresto di circa trecento boss di spessore e portando avanti delicate indagini su figure di prima grandezza del mondo politico, imprenditoriale e istituzionale.
Non si è trattato di una semplice ricostruzione dei fatti, nella misura in cui è emersa quella che il presidente Moro chiamava “l’intelligenza degli avvenimenti”, ossia la capacità di andare in profondità cogliendo nessi, affinità e differenze, e una dose straripante di senso del dovere, ovvero la consapevolezza chiara di essere stati di fronte a un tornante decisivo per la difesa dell’anima democratica del Paese.
La legalità è un filo sottile, teso tra le mani degli uomini. Non lo vedi, spesso non lo senti, eppure regge il peso dei nostri passi come un ponte sospeso tra ciò che siamo e ciò che potremmo diventare.





