Catania, gli alunni dello Spedalieri incontrano suor Cecilia: tante le domande e le riflessioni

Catania, gli alunni dello Spedalieri incontrano suor Cecilia: tante le domande e le riflessioni

CATANIA – Sarà un classico esempio di eterogenesi dei fini, per cui gli effetti delle nostre azioni vanno sempre oltre la nostra intenzionalità esplicita. Forse gli studenti dello Spedalieri hanno sviluppato una tale quantità di anticorpi intellettuali che non riescono a fare una calia come si deve.

Di sicuro 2 ragazzi, come naufraghi sulle sponde di remote isole inospitali, gettano alle suore del monastero di San Benedetto un messaggio in bottiglia, lasciando nella buca delle lettere un pizzino filosofico carico di domande ultime: “Cos’è la felicità?”, “Come capire qual è il nostro posto nel mondo?”, “Visto che per voi la clausura è la normalità, potreste darci dei suggerimenti per affrontare meglio il confinamento dovuto al Coronavirus?”.


“Le sventurate rispondono” e ne nasce un incontro indimenticabile e insolito: i due audaci pellegrini (Angelo Giannitto e Valerio Ardelli) in presenza, accompagnati dal Dirigente Scolastico Vincenza Ciraldo, dal prof. Guglielmo La Cognata, dalla prof.ssa Simona Politi; il resto della classe da remoto, insieme al prof. Salvo Pezzella, alla prof.ssa Silvia Verzì e alla prof.ssa Giuseppina Reganati.

Ad accoglierli suor Cecilia, che, guidandoli attraverso dipinti e affreschi che mostrano che l’arte è veramente la rappresentazione dell’infinito nel finito, li conduce nella sala dove un tempo le suore potevamo incontrare le famiglie.

“Forse qualcuno si aspettava una religiosa assai simile a un “fossile”, con il volto austero da pignoratore di mobili, pronta a propinarci una zuppa di parole dal sapore sempre identico. In realtà, tra aneddoti arguti, dotte citazioni, scrosci di fresche risate e lampi speculativi, gli eventuali preconcetti vanno subito in briciole, come un cattivo intonaco”. La temperatura emotiva dell’ambiente cresce rapidamente. I ragazzi dapprima ascoltano; poi ascoltano e pensano; poi ascoltano, pensano e la bombardano di domande.

“La vita di clausura è una vita sprecata?”, “Cosa vi manca di più?”, “Cosa vuol dire essere liberi?”. Suor Cecilia parte dall’incontro di Gesù con Marta e Maria, ovvero dal confronto tra la vita attiva (rappresentata da Marta) e la vita contemplativa (rappresentata da Maria). Il punto chiave è che la preoccupazione per la sfera materiale non deve distogliere dalla vita interiore.

La grata fisica, il silenzio, la meditazione, la preghiera, servono a scardinare le grate mentali che sono molto più oppressive, perché ci rendono prigionieri dei modelli dominanti e ci fanno perdere di vista i desideri più autentici del nostro cuore. Ne è un segno evidente l’umanità ferita che spesso bussa alle porte del convento alla ricerca di ponti sull’abisso del dubbio. L’esempio più toccante è sicuramente la corrispondenza epistolare con un pluriomicida ergastolano al 41-bis: la traiettoria del suo cammino interiore lo porta a dire che solo oggi è libero.

“Attraverso tutti i pensieri di suor Cecilia luccica la convinzione profonda che la religione non è una teoria astratta (un metodo di conoscenza) ma qualcosa che assomiglia molto a una faccenda amorosa (un metodo di salvezza). Non manca il lieto fine: per descrivere quanto sono buoni i biscotti delle benedettine ci vorrebbe una tesi di laurea. Se aprissero una pasticceria, potrebbero convertire un intero continente”.