CATANIA – Sant’Agata è rientrata nella sua Cattedrale. E Catania, come ogni anno, si ritrova con un vuoto che pesa più del sonno arretrato, più delle ore in piedi, più dei cordoni tirati fino a far bruciare le mani. Un silenzio diverso, più lento, quasi sospeso, che arriva dopo giorni vissuti senza misura, tra preghiere gridate e mani intrecciate, tra notti senza sonno e occhi che non volevano perdere neppure un istante.
Sant’Agata rientra in Cattedrale
La Patrona è tornata “a casa” al termine del giro interno iniziato ieri pomeriggio, quando alle 17.30 circa il busto reliquiario ha lasciato il Duomo tra applausi, fuochi d’artificio e campane. Un’uscita che è sempre un’esplosione: di fede, di orgoglio, di appartenenza. Ma il rientro è un’altra cosa. È un nodo alla gola collettivo.
In piazza Duomo, oggi, non c’era soltanto la stanchezza. C’erano i devoti senza voce, consumata dalle invocazioni gridate per giorni. C’erano uomini con gli occhi lucidi che non si nascondevano più. Donne che stringevano il fazzoletto bianco e lo agitavano lentamente, come si fa con chi parte per un viaggio lungo. Bambini sollevati sulle spalle per un ultimo sguardo. Famiglie intere, unite sotto la stessa promessa sussurrata tra le labbra.
E poi i turisti, curiosi e spesso increduli, davanti a un sentimento che non si può spiegare con le guide né con le fotografie. Perché quello che accade a Catania durante la festa di Sant’Agata non è soltanto folklore. È un legame viscerale. È un dialogo silenzioso tra una città fragile e la sua Patrona.
Gioia e dolore
Lo sguardo rivolto verso il sagrato, le mani alzate, il silenzio improvviso prima dell’ingresso. Un silenzio che pesa come una confessione. Poi il passo lento, solenne. Il varcare la soglia della Cattedrale. Le campane che chiudono il tempo straordinario e riportano tutti alla normalità.
È in quell’istante che la gioia di esserci stati si mescola al dolore di dovere “salutare” la Patrona. Per giorni Sant’Agata è stata tra la sua gente, a distanza di un respiro. Nei vicoli, tra i palazzi, sotto i balconi. Ha attraversato le paure, le malattie, le precarietà, le speranze di una città che spesso non trova voce altrove, ma che davanti alla Santuzza sa piangere senza vergogna.
La Santuzza torna a “casa” e Catania ritrova la propria
Catania si è fermata ancora una volta. Si è riconosciuta negli sguardi stanchi ma felici, nei fazzoletti bianchi al vento, nelle lacrime trattenute fino all’ultimo metro di percorso. Si è sentita comunità, nonostante tutto.
Adesso resta il silenzio della Cattedrale che la custodisce. Resta la cera sciolta sull’asfalto. Restano le promesse fatte e quelle da mantenere. Resta quella malinconia dolce che solo chi ha amato davvero può comprendere.
La festa è ufficialmente finita. Ma se è vero che Sant’Agata torna “a casa”, è altrettanto vero che Catania, per qualche giorno, ha ritrovato la propria. E questo, forse, è il miracolo più grande.
Le foto del rientro in Cattedrale
Per le foto si ringrazia la fotografa Deborah Longo



