Quando dire “no” al taglio del mantenimento difende il futuro dei figli

Quando dire “no” al taglio del mantenimento difende il futuro dei figli

CATANIA – C’è un filo rosso che attraversa la recente decisione della Corte d’Appello di Catania sul mantenimento di due figli universitari: l’idea che i figli non siano un capitolo di spesa comprimibile, ma un progetto di vita da sostenere, anche quando il matrimonio è finito e la famiglia si è spezzata.

Nel caso deciso dai giudici etnei, un padre chiedeva di ridurre Il contributo mensile per i due figli, uno dei quali studia fuori sede. La Corte ha detto no, confermando integralmente la sentenza di primo grado e condannando l’uomo anche alle spese del giudizio di appello. Non si tratta solo di una questione di numeri: è una presa di posizione sul senso del dovere genitoriale.

Al centro della motivazione c’è il richiamo alla Cassazione e al suo “criterio integrato e multidimensionale” per calcolare il mantenimento dei figli.

Dietro questa espressione tecnica c’è un’idea semplice ma potente: non è sufficiente confrontare il reddito del padre e quello della madre, magari sommando qualche spesa fissa. Bisogna guardare più in profondità: chi sono quei figli, che età hanno, che percorso di studi stanno facendo, che tenore di vita avevano prima della separazione, quali opportunità concrete possono avere domani.

È un cambio di prospettiva rispetto a una visione “ragionieristica” del mantenimento: non si tratta di vedere quanto si può tagliare, ma quanto è necessario investire perché quei ragazzi possano diventare adulti autonomi, istruiti, in grado di camminare sulle proprie gambe.

Uno dei nodi più delicati del dibattito pubblico è sempre lo stesso: fino a quando dura il dovere di mantenere i figli? La risposta che arriva da Catania, in linea con la giurisprudenza di legittimità, è chiara: la maggiore età non è un traguardo economico, ma solo anagrafico.

Se i figli stanno ancora studiando seriamente, se stanno costruendo il proprio futuro attraverso l’università, il dovere dei genitori non si esaurisce. Anzi, proprio in quella fase le esigenze aumentano: affitti, tasse, libri, trasporti, occasioni di crescita personale e sociale. Tutti costi che il diritto non può fingere di non vedere.



Nel caso concreto, uno dei due figli studia lontano da casa. È l’immagine di tanti ragazzi che si spostano per cercare un’offerta formativa migliore o più adatta ai propri sogni. Dire che il padre debba continuare a contribuire in misura adeguata significa, in fondo, riconoscere dignità a quella scelta di studio e di vita.

Certo, nessuno può ignorare che il genitore obbligato al mantenimento abbia, a sua volta, esigenze, spese, magari anche fragilità economiche. Nel caso catanese, il padre guadagna circa 3.000 euro al mese, proprietario di un immobile che ha deciso di lasciare in uso alla ex moglie, vivendo in affitto.

La Corte non nega queste circostanze, ma le valuta dentro un quadro complessivo: accanto a lui c’è una madre con un reddito inferiore di euro 2.500 e un immobile; davanti a loro, due figli che non hanno ancora un reddito proprio e che dipendono, di fatto, dalle scelte economiche dei genitori. Qui sta il punto: il diritto non chiede al genitore di sacrificare tutto, ma di fare la sua parte in modo proporzionato. E, secondo i giudici, la somma stabilita in primo grado sono una cifra che rientra nelle sue possibilità, se letta alla luce del principio della Cassazione e delle esigenze concrete dei ragazzi. la Corte di Catania, seguendo la Cassazione, ricorda che il mantenimento non è una sanzione, ma un dovere che nasce dalla responsabilità genitoriale. Non è una tassa sul passato affettivo, ma un investimento sul futuro dei figli. Ridurlo a mera voce di bilancio significa svuotare di senso il ruolo stesso di padre o madre.

Una decisione che fa giurisprudenza e cultura

Oltre agli effetti immediati – l’appello respinto, le spese di causa a carico del padre, l’ulteriore contributo unificato dovuto – questa decisione ha un valore che va oltre il singolo caso.

Confermando l’assegno in primo grado e richiamando in modo esplicito il principio della Cassazione, la Corte d’Appello di Catania contribuisce a consolidare un orientamento che mette al centro i figli, le loro esigenze evolutive, il loro diritto a non vedere compromesso il proprio percorso di studi a causa di un conflitto tra adulti.

In un Paese in cui l’ascensore sociale spesso passa ancora dall’università, ricordare che “l’università non si paga da sola” e che il mantenimento è uno strumento di giustizia intergenerazionale non è un dettaglio tecnico: è un messaggio culturale.

La camera di consiglio, in cui la sezione Famiglia della Corte d’Appello di Catania ha preso questa decisione, non è stata solo il luogo di un verdetto, ma anche di un’affermazione di principio: i figli non sono un costo da ridurre, ma un futuro da difendere.

AVV. ELENA CASSELLA