Tempi infiniti e tradizioni in discussione: il “dopo Sant’Agata” accende il dibattito

Tempi infiniti e tradizioni in discussione: il “dopo Sant’Agata” accende il dibattito

CATANIA – La festa di Sant’Agata non è un cartellone. Non è una rievocazione. Non è un semplice appuntamento religioso. È un’esperienza immersiva, totalizzante, una dimensione collettiva in cui Catania sospende il tempo ordinario e si riconosce in qualcosa di più grande.

Il sindaco Enrico Trantino, nei suoi post pubblicati sui social mentre la Santa rientrava in Cattedrale, ha provato a dirlo con chiarezza: si può organizzare, si può migliorare, si può intervenire sui margini. Ma non si può controllare tutto. “Non si può fermare un torrente con un ombrello”, ha commentato.

Eppure quest’anno, più che mai, la Festa ha acceso un dibattito che va oltre l’organizzazione. Ha toccato nervi scoperti. Ha diviso.

Ordine e lentezza: la tensione tra devozione e diritti

L’amministrazione rivendica maggiore ordine e compostezza rispetto al passato. E molti lo riconoscono. Ma i tempi, quelli, restano il punto critico.

Il sindaco ha richiamato le parole del cardinale Grech:

Oggi pensiamo che ogni desiderio debba diventare un diritto. Abbiamo finito per confondere la libertà con il fare ciò che ci piace. A volte pensiamo che essere liberi significhi fare tutto senza limiti. Ma questa non è libertà. Senza limiti non cresciamo: ci perdiamo”.

È una riflessione che va oltre la processione. Perché la libertà del devoto che vuole restare accanto al fercolo non può annullare il diritto di chi deve lavorare, di chi garantisce sicurezza, di chi attende il rientro.

La fede non può trasformarsi in prevaricazione. La tradizione non può diventare alibi per l’assenza di regole.

La rivolta delle coscienze: tra nostalgia e richiesta di cambiamento

Sui social la città si è ribellata. C’è chi sostiene il sindaco. C’è chi “accusa” di aver snaturato la Festa. C’è chi chiede un ritorno al passato. C’è chi chiede di evolvere.

Le parole dei cittadini sono nette, spesso amare:

“Caro Sindaco, la festa di Sant’Agata deve ritornare ad essere quella di un tempo, quando i fuochi del Fortino e del Borgo venivano sparati a mezzanotte al massimo, quando la salita di San Giuliano veniva fatta alle 3 di notte, quando il canto delle Suore era un momento di preghiera in totale silenzio. Oggi non esiste più quella festa, è solo un business senza regole e non una festa religiosa”, scrive un utente.

E ancora: “La festa deve tornare ad essere vivibile… Non può essere solo per i super eroi. Si torni a ritmi e orari degni di una processione… e non di un carnevale di Rio”.

“Per l’ennesima volta Sant’Agata non è entrata a La Vetere, e si è toccato il fondo con i fuochi del borgo alle 7.30. Che senso hanno avuto con la luce del giorno?”, chiede un cittadino.

“Seguo la festa da quando sono bambina; vorrei tanto che si tornasse alle tempistiche di trent’anni fa. I ritardi e i rallentamenti estenuanti ed esasperanti della processione stanno snaturando e stravolgendo la festa e i significati di tanti suoi momenti”, fa eco un’altra.

Accanto a queste voci, altre difendono l’evoluzione naturale della Festa: “La città di Catania è cresciuta… la festa è conosciuta da tutto il mondo… la gente deve essere ‘spalmata’ in più orari e anche in più luoghi… la festa si evolve”.

È uno scontro tra memoria e presente. Tra chi teme la deriva e chi vede crescita. Tra chi invoca regole più severe e chi rifiuta il ridimensionamento.

Fuochi del Borgo: simbolo di una frattura

Il nodo dei fuochi del Borgo è diventato emblematico. Sparati con la luce del giorno, per molti hanno rappresentato l’immagine plastica di un cortocircuito organizzativo.

C’è chi si chiede quanti soldi siano stati spesi. C’è chi propone di destinare quelle risorse ad opere di bene. C’è chi suggerisce di ripensare luoghi e orari, magari spostando momenti spettacolari verso il porto o il mare, distribuendo la folla in nuovi tratti.

Non è una questione pirotecnica. È una questione di senso.

Patrimonio UNESCO o festa smarrita?

La festa di Sant’Agata è riconosciuta come patrimonio immateriale. Ma patrimonio non significa intoccabile. Significa responsabilità.

Una cittadina scrive: “Una festa condotta così non merita di essere patrimonio UNESCO. Non lo merita”.

È un’affermazione dura. Ma rivela una paura: quella di perdere l’anima.

E l’anima della Festa non è nel numero dei cerei, né nella quantità di panini venduti, né nelle presenze alberghiere. È nel silenzio del canto delle suore alle prime ore del mattino. È nel cordone rispettoso, silenzioso e ordinato.

È nell’emozione che attraversa la città quando il fercolo avanza. Se quel filo si spezza, resta solo la folla.

Una città matura sa porsi domande

Catania è cresciuta. È più popolosa, più conosciuta, più partecipata. È inevitabile che la Festa diventi più grande. Più lunga. Più complessa.

Ma crescita non può significare perdita di misura.

Non si tratta di trovare colpevoli. Si tratta di interrogarsi.

Come garantire ordine senza soffocare la devozione? Come tutelare i diritti senza mortificare la fede? Come evitare che la tradizione diventi spettacolo? Come impedire che l’emozione collettiva scivoli nell’anarchia?

Sant’Agata ci unisce. Ma ci educa?

Forse la domanda non è se la Festa sia cambiata. È se noi siamo cambiati.

Se confondiamo libertà con assenza di limiti. Se pensiamo che ogni desiderio debba imporsi sugli altri. Se riteniamo che la partecipazione autorizzi l’invasione.

Una città matura si misura nella capacità di tenere insieme fede e civiltà, tradizione e rispetto, emozione e responsabilità.

Sant’Agata unisce. Ma dovrebbe anche educare.

E forse il vero atto di devozione non è restare un’ora in più sotto il fercolo.
È fare un passo indietro perché qualcun altro possa avvicinarsi.