La violenza si ferma, non si filma: il caso del bimbo picchiato a Catania e del video diventato virale

La violenza si ferma, non si filma: il caso del bimbo picchiato a Catania e del video diventato virale

CATANIA – Ci sono immagini che non avremmo mai voluto vedere. Fotogrammi che ti attraversano come lame sottili e ti lasciano senza fiato. Un bambino di dieci anni, fragile come lo sono tutti i bambini, piange, urla, supplica con le mani troppo piccole per salvarsi da un mondo che, per lui, non è più casa.

Di fronte a lui un uomo, un cucchiaio di legno, colpi e parole che non dovrebbero mai esistere in una casa: “Sono io il tuo padrone. Devi ubbidire”.

E tutto questo mentre qualcuno riprende. Mentre qualcuno guarda. Mentre qualcuno – forse senza comprendere il peso di quel gesto – trasforma quella violenza in un video.

Proprio quel filmato è diventato virale in poche ore. Lo hanno condiviso, commentato, giudicato. Ma non è soltanto una notizia. È uno specchio. Riflette le nostre crepe, la fragilità delle tutele, la distanza fra il dover essere e il reale.

La città che guarda e non dimentica

A Catania, in un quartiere popolare, la polizia interviene. Agenti della Squadra Mobile e dell’Upsgp individuano l’uomo, lo ascoltano a lungo, e per lui scatta la misura cautelare in carcere con l’accusa di maltrattamenti in famiglia.

L’inchiesta è coordinata dalla procura etnea, nella persona del procuratore aggiunto Sebastiano Ardita e del sostituto Alberto Santisi.

La legge italiana su questi reati è chiara: la tutela del minore è prioritaria, inviolabile, non negoziabile. Non servono parole altisonanti. Bastano quelle del nostro ordinamento, che parla di protezione, cura, sicurezza.

Non c’è onore, non c’è autorità, non c’è tradizione che giustifichi la violenza. Mai.

Intanto, quel bambino – insieme alle tre sorelline più piccole – viene affidato temporaneamente alla madre. Intorno, una rete di intervento che si muove, come deve essere quando la vulnerabilità diventa emergenza. Operatori che lavorano in silenzio, che proteggono, che cercano di rimettere insieme i cocci.

Le lacrime non sono un dettaglio

Quelle lacrime, quei singhiozzi, non sono un suono di sottofondo. Sono la traccia viva di una ferita. Un bambino di dieci anni dovrebbe conoscere il peso della spensieratezza, non quello del terrore. Dovrebbe crescere tra le risate, non fra i colpi.

E per questo, anche le parole del sindaco di Catania acquistano un valore collettivo. Esprimono sgomento, dolore, compassione. Un invito a non usare la parola “bestie” per gli animali, perché loro, i cuccioli, li proteggono.

La vera disumanità è quando chi dovrebbe amare diventa fonte di paura.

Ma senza giudizi. Senza processi morali paralleli a quelli giudiziari. Perché lo Stato ha le sue regole e i suoi luoghi per accertare la verità. E perché, talvolta, dietro le condotte più oscure, si nascondono storie di miseria, di traumi, di vite che ha perso la rotta.

La legge, come casa sicura

L’articolo 572 del Codice Penale – maltrattamenti contro familiari e conviventi – non è una norma fredda. È un confine. Dice che la dignità non può essere violata fra le mura domestiche, proprio lì dove dovrebbe sentirsi più protetta.

La famiglia non può diventare una gabbia e l’educazione non può trasformarsi in terrore. Non si tratta di moralismo, ma di diritti: vivere senza paura, crescere senza urla, essere amati senza condizioni.

Non servono slogan. Basta la consapevolezza di un principio: i minori non sono proprietà, non sono estensioni di nessuno.

Sono il futuro che ci verrà restituito, nel bene o nel male.

Un bambino, una città, una domanda

Quel bambino, nelle immagini, chiama “papà” il suo aguzzino. E questo è forse il punto più doloroso. L’amore invocato come scudo. L’amore tradito come lama.

Perché nessuno come un bambino sa continuare ad amare anche quando dovrebbe solo fuggire. Nessuno come un bambino continua a cercare protezione proprio nelle braccia che lo feriscono.

E allora sì, una città intera si ferma. Si interroga. Si chiede come sia possibile, se altri episodi possano essersi ripetuti, come prevenire, come sostenere, come ascoltare.

Il sindaco scrive che vorrebbe tendere una mano a quel piccolo, dirgli che il mondo non è così, che esiste anche la gentilezza, la cura, l’amore che non usa forza né paura. E questa non è retorica. È responsabilità collettiva.

Non gridiamo colpe. Proteggiamo futuro

Ma questo non è il tempo della rabbia social o della caccia al colpevole. Non è il tempo dell’odio. Non è il tempo della gogna. È il tempo della giustizia, della tutela, della verità accertata nei tribunali.

È il tempo degli assistenti sociali, dei magistrati minorili, degli educatori, delle famiglie sane, delle comunità che sanno farsi porto.

Perché se quel bambino oggi piange, il nostro dovere è fare in modo che domani possa sorridere. Non ci è concesso altro.

Un appello sottovoce

Forse, la vera domanda è questa: quanti bambini piangono senza che nessuno registri nulla? Quanti restano invisibili, muti nella loro stanza, dietro una porta chiusa, con la paura come unica compagna?

Non sempre potremo vedere. Ma sempre possiamo vigilare, ascoltare, segnalare, sostenere.

La legge c’è. Gli strumenti esistono. La rete istituzionale funziona quando viene attivata in tempo. E ognuno di noi, senza invadere, può contribuire a non voltarsi dall’altra parte.

Il diritto di essere bambini

Quel bambino non è soltanto una vittima. È un cittadino. È una vita. E ha diritto – come ogni bambino – a essere fragile senza temere.

A crescere senza spiegare le proprie ferite. A conoscere il mondo come promessa, non come minaccia.

Quando un bambino piange, una città intera dovrebbe fermarsi. E restare lì. In silenzio, accanto a lui. Ad ascoltare.

A ricordarci che l’amore – quello vero – non colpisce. Non urla. Non pretende. Non umilia.

La violenza si ferma.
Non si osserva, non si registra, non si trasforma in un file da condividere in cerca di “like”
.

Davanti al pianto di un bambino, uno smartphone non si accende: una coscienza .