VALVERDE – Mie peregrinazioni culturali del sabato pomeriggio ed eccomi all’Aetnacon 2025, Convention della fantascienza e del fantastico, alla presenza delle autorità locali (il sindaco Domenico Caggegi e l’Assessore alla Cultura, Costantino Saeli, di Valverde) e della Presidente dell’Associazione Culturale Tersicula, Rossana Epaminonda.
Gli storici organizzatori, Claudio Chillemi, Salvatore Deodato, Enrico Di Stefano, Rosaria Leonardi, Francesco Spadaro e Massimo Viglianisi presentano la fanzine Fondazione Science Fiction Magazine, apparsa nel 2001, contenente racconti anche della scrittrice, Aliette De Bodard, con la copertina del Cover Artist, Maurizio Manzieri, ospiti dell’eccezione dell’odierna edizione, oltre ad articoli sul cinema, scienza, serie tv, racconti (un inedito di Silvelberg, tra gli altri), interviste a scrittori e scrittrici del fantastico. Qui si colloca anche il mio articolo venato di ironia “Le Fantastiche 7… e mezzo” su fantascientiste italiane.

Quindi, si arriva alla succulenta presentazione di Manzieri, uno dei primi artisti digitali del fantastico, già dal 1995, orgogliosamente autodidatta, ma che ha scelto come suo modello Michael Whelan, maestro americano dell’imaginative realism, e, dalla cornucopia di premi internazionali, anche nella sua scia di successi. Arrivano, infatti, per lui grandi soddisfazioni di pubblico e di critica, in molteplici edizioni, come vincitore o finalista del Premio Italia, Premio Europa, WorldCon, Asimov’s Award, Chesley Awards Nominee, Premio Hugo fino all’ambitissimo Frank R. Paul Awards Nominee. Lavora tra l’Italia e gli Stati Uniti, dov’è ormai di casa, per prestigiose case editrici e riviste del settore (Mondadori, Fanucci, Interzone, Spectrum, Subterranean Press, Asimov’s SF, Infinivox).

Ci racconta il suo laboratorio tecnico e di idee. Pur essendo tra i pionieri di photoshop e della tavoletta grafica, usa un metodo artigianale che lo vede partire da schizzi a matita, poi colori a tinta piatta (da sottoporre a clienti, spesso volubili e dalle mille esigenze). Quindi il dettaglio, quasi maniacale, con immagini subliminali suggestive ed emozionali fino all’effetto del fotorealismo, fa la grande differenza tra un illustratore e un artista. Il suo segreto è una conoscenza e lettura approfondita dei romanzi o racconti, di cui dovrà rappresentare le copertine, diventandone interprete delle pieghe più intime, se possibile, discutendone anche con gli stessi autori. Riguardo all’AI pare che la nicchia letteraria americana la demonizzi a tal punto da fargli firmare contratti di interdizione assoluta all’uso, arrivando all’episodio estremo di chiamare la polizia per l’allontanamento di un illustratore tardo et lento a concorso, reo di questa aberrazione!
Nell’intervista, concessami in anteprima, mi rivela di non avere altri sogni nel cassetto che lo deviino da una strada già tracciata nella sua vita dall’infanzia, dalla sua grande passione che lo ha visto, ammiratore, piccolo scrittore in erba e poi grande e riconosciuto illustratore della fantascienza. Una chicca dei suoi esordi: andava a visitare la portaerei Eisenhower per poter avere accesso alla libreria statunitense e leggere la sua amata fantascienza, dalle copertine fonte della sua ispirazione.
Durante queste meravigliose avventure, proprio incaricato di illustrare la copertina di un suo romanzo, La cittadella delle perle piangenti, Manzieri ha incontrato Aliette De Bodard nel 2014, iniziando un connubio artistico fruttuoso e duraturo.
Ho così l’onore (e il divertimento, lo confesso) di fare (per caso) da interprete dal francese all’italiano per la scrittrice franco-vietnamita, nata negli Stati Uniti, spostatasi poi a Londra e attualmente rientrata a Parigi. Anche in questo caso si tratta di una carriera ricca di soddisfazioni: due volte vincitrice del Premio Nebula per racconti, finalista all’Hugo, pubblicata su riviste internazionali (Interzone, Hub magazine, Black Static, Asimov’s…).
Scopro un’autrice molto autoironica nel ripercorrere insieme la sua carriera che ha inizio a New York con un romanzo di 800 pagine, in inglese, lingua che non abbandonerà, in cui ci dice strizzando l’occhio che ha imparato la prima lezione sul mantenersi entro certi limiti di leggibilità. A Londra ha imparato la seconda lezione: l’importanza di un backup, dopo aver perduto 8 capitoli a causa di guasto al computer. A Parigi finalmente si è lanciata su una saga azteca che, pur non avendo raggiunto i risultati sperati, l’ha aperta alla sua vera ispirazione legata alle proprie radici materne, ai non detti familiari, al Vietnam postcoloniale, agli strati sociali degli oppressi. Sono diventati il contenuto trasfigurato della sua saga di Xuya, pluripremiata, ambientata in una Parigi del Novecento, dove avviene una lotta tra angeli caduti e draghi, con una popolazione sottomessa dalle origini vietnamite, senegalesi… Interessante la sua invenzione di vascelli spaziali semiorganici, sorta di IA che fungono da “lari”, da numi tutelari, memoria storica familiare, essendo molto più longeve delle effimere generazioni umane. Rivela, nonostante la sua formazione da ingegnera, di non essere affatto interessata nella narrativa alle tecnologie, quanto piuttosto ad una fantascienza sociologica, attenta alle tradizioni, ai riti, agli aspetti quotidiani, culinari, alle relazioni familiari, molto intense, alla pluralità dei personaggi e al loro scandaglio psicologico.
Introdurrà la Sicilia, le sue stratificazioni di popoli, le sue tradizioni nella sua letteratura? La serata si chiude ancora col suo sorriso: può darsi, intanto si sta godendo la sua cucina!
Au-revoir Aliette, arrivederci Maurizio!

Cinzia Di Mauro, autrice catanese di Pangolino mon amour!, tragicomiche avventure del periodo Covid, All Around, di una fantascienza orwelliana Finisterrae Delos Digital, di una trilogia di fantascienza Genius (finalista Urania e Delos) Ledizioni, di un noir umoristico La storia vera di un killer nano (segnalato al Premio Calvino), di un thriller sull’alta finanza Paso doble, di I love Meteorite, romanzo grottesco su una famiglia e un mondo distopico.




