“Guarda le luci, amore mio” di Annie Ernaux

“Guarda le luci, amore mio” di Annie Ernaux

La scrittrice francese Annie Ernaux ha vinto il Premio Nobel per la letteratura. Il 6 ottobre scorso l’Accademia di Svezia ha annunciato l’esito della votazione, momento solenne per conferire il prezioso riconoscimento a una delle penne più autorevoli del panorama culturale francese.

Nel 2012 l’editore francese Seuil chiese alla scrittrice di pubblicare una sua opera nella collana “Raccontare la vita“. Non un romanzo, ma un diario sarà incluso nella collana, portatore di un registro dei comportamenti nella società del terzo millennio.


Le pagine prodige di uno stile narrativo semplice chiedono di ripetere i numerosi riti quotidiani attraverso una lettura decisa a volare oltre la superficie del fatto. Dove la vista mediocre vede, la mente sopraffina guarda. L’orologio del “mentre” scorre senza paura nei corridoi del quieto vivere, sepolto in un labirinto di abitudini gemelle restie a separarsi. Dentro uno spazio senza luce, lì l’uomo automa si muove guidato dalla consuetudine miope della specificità di ogni individuo. In un ipermercato, lo specchio della struttura sociale modellata al consumo guarda a se stesso insoddisfatto del riflesso al nulla idolatrato.

L’arte creativa di Annie Ernaux sale sul palco della grande distribuzione commerciale come lozione anti caduta dell’equilibrio mentale messo a dura prova dal circuito ossessivo ispezionato da un banale carrello.

Osservare! Impone la parola d’ordine, la password, il pin del risveglio sotto luci da stadio, cartelli ondeggianti nei corridoi dell’isola commerciale. Il luogo meno opportuno per parlare di letteratura viene interrogato sui ritmi inquieti della società duemila anni d.C., effetti collaterali compresi. Alla vita si chiede di uniformarsi a un’atmosfera proiettata da un meccanismo folle, nessuna paura, anzi. L’uomo si è adeguato alla traiettoria predefinita…di un carrello. Manca la guerra, il soldato c’è. Obbediente agli ordini di nessuno, il passo segue la voce portavoce del miraggio generoso di un biglietto per lo spettacolo.

A partire dall’ingresso nell’ipermercato Auchan di Cergy, sito all’interno del più grande centro commerciale della ValdOise nella regione dellÎledeFrance, è chiaro l’obiettivo di Annie Ernaux di porre in primo piano il fascino ingannevole subìto dal consumatore. La corsa al possesso annulla il valore, lo idealizza sull’altare profano destinato al crollo. Cosa rimarrà della libertà di scelta manipolata dalle strategie di marketing date in pasto alla lucidità del pubblico? Ed è nevrosi causata da un linguaggio alieno, infermità temporanea della capacità di discernimento sotto anestesia. Cosa fare di un carrello pieno di desideri realizzati alla luce del giorno manomessa a regola d’arte?

Se la folla fosse medicina miracolosa della solitudine, il caos collettivo sparso e disperso tra i reparti sarebbe ospite benvenuto del benessere emotivo, ma così non è. L’altro, il cliente viaggiatore come me, tanto vicino, tanto impossibile evitare l’incrocio di sguardi, quasi mai si rivela antidoto al male mentale, in quel piccolo pianeta di estranei il freddo anomalo sulla propria pelle rinnova la sua presenza.

“Che cosa cerco con ostinazione nella realtà? Il senso?

O forse annotare i gesti, gli atteggiamenti, le parole delle persone che incontro mi dà l’illusione di essere vicina a loro. Io non parlo con loro, le guardo e le ascolto soltanto”.

Diario o indagine sociale, “Guarda le luci, amore mio” del Premio Nobel Annie Ernaux, pone sotto la lente d’ingrandimento gli usi della società multietnica. La domanda e l’offerta sono strettamente succubi di nuove culture nei paesi europei, nuove generazioni senza radici.

Uguale ma non per tutti, il processo di marketing si ritrova a investire ingenti capitali nelle pratiche alimentari delle diverse religioni, la scala delle povertà sull’orlo nell’indigenza, l’economia di un paese multiculturale. “Più hai più sei“, questo è il messaggio ricevuto dalla collettività stregata da beni di consumo a due passi dal naso, resi visibili a occhio nudo o per non vederli affatto, inganno reo confesso alla luce del sole.

“Come accade ogni volta che smetto di registrare il presente, ho l’impressione di ritirarmi dal movimento del mondo, di rinunciare non soltanto a raccontare la mia epoca, ma anche a vederla. Perché vedere per scrivere è vedere altrimenti. È distinguere oggetti, individui, meccanismi e conferire loro valore d’esistenza”.

Diario, indagine sociale, registro. A leggerlo tutto d’un fiato si ha l’impressione di sfogliare la lista della spesa i cui alimenti sono rintracciabili nel banco frigo a temperatura -18°C. C’è da immaginare che sia tutta qui l’illustrazione pittoresca del consumismo equivalente al nulla, flusso di intelletto vuoto, possesso digiuno del calore umano a +30°C dato da un abbraccio al posto dello scontrino.

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