“Capolavoro d’amore” di Ruggero Cappuccio

“Capolavoro d’amore” di Ruggero Cappuccio

Per definirlo romanzo “Capolavoro d’amore” di Ruggero Cappuccio, manca di alcuni elementi classici dello specifico genere letterario. Tanti i sassolini lanciati in acqua, pochi, molto pochi i cerchi concentrici che sgorgano effetti di una storia in equilibrio con se stessa, conseguenza ne è il messaggio evaporato ancora prima che l’inchiostro di stampa sia giudicato eterno.

La trama è distratta da sospensioni parallele allo sviluppo del tema centrale della storia, radice mal attecchita che il lettore non conoscerà mai.


L’unica certezza è Palermo, protagonista indiscussa delle tante appendici aperte e chiuse più volte provocando una vertigine da cui riprendersi comporta affanno.

Due uomini, zio e nipote, il primo pianista acclamato dal pubblico nei teatri più prestigiosi del mondo, il secondo chiaramente assai più giovane, un antiquario affascinato dalla bellezza sottratta alla luce così da mantenere insoluto l’enigma divulgatore del pregio.

Il bel 43enne si chiama Manfredi, di ritorno a Palermo dopo aver sparso nel vento contrario le ceneri della relazione con Flavia, otto anni fa o forse uno ieri qualunque. A questo punto lo scrittore cambia il binario passibile di fatti mortali per dare ampio spazio a lunghe conversazioni tra due generazioni allo specchio.
La scelta di entrare nel labirinto infestato da quesiti anestetici alla Verità della vita coinvolge fatti accaduti nella realtà ormeggiata dietro una coltre di nebbia.

Uno tra questi, il furto della “Natività” del Caravaggio rubata dal sagrato dell’Oratorio di San Lorenzo durante un temporale di una notte del 1969. L’opera d’arte avvolta in chissà quale pezzo di carta non tornerà più nella Casa di Dio profanata dalla tela oggetto di culto.

L’albero dai frutti maligni fa presto ad alleggerirsi dal peso delle menzogne. Una dopo l’altra, le mezze verità fuggono dalle bocche dei pentiti, tante storie criminali sviscerate allo scopo di manipolare il processo del traguardo.
L’antiquario Manfredi non si arrende, anzi, penetra nel bosco fitto dei suoi pensieri ancorati al giro inverso delle lancette incapaci di dimenticare. Giù, nella voragine dell’ossessione, risalire consta una fatica mentale apparentemente disponibile al soccorso ma che presto si rivela un’arma a doppio taglio nella riesumazione dei ricordi.

Flavia, la donna che Manfredi ha tanto amato, riappare nel sogno ad occhi aperti, forse l’inganno più vile, Flavia, una presenza reale scalfita dalle ombre dell’abbandono. Otto anni fa non fu più lei, scelse di non scegliere per voce della famiglia, non sua, così furono due vissuti gettati nell’anonimo vuoto. Ed è proprio qui, sulla zattera delle assenze che Manfredi entra ed esce da realtà plasmate da un io interiore decisamente instabile.

“Che maledizione è questa? Forse sto veramente diventando pazzo. Qui tutto scompare. Ci deve essere il virus della latitanza in questa terra. Da un momento all’altro le persone più care si eclissano, come se non fossero mai esistite, scompaiono per loro scelta o per costrizione. In fondo, se ci penso bene, anche io sono sparito, e forse con una perversione in più: volevo nascondermi a me stesso. La Sicilia e l’Italia vivono sull’arte del furto: alcuni affinano la destrezza di rubare, altri affinano la rassegnazione di essere derubati, altri ancora derubano se stessi. Si rubano i quadri, le macchine, i gioielli, la buona fede, l’onestà, l’innocenza”.

Spettatrice assorta di una guerra non sua, la città di Palermo assiste alle divagazioni messe a punto dai capricci dell’esistere. Paziente per anni, l’improvviso risveglio di un sole agitato brucia il raccolto di una coltivazione destinata al macero.
L’incuria dell’anima e il rimuginare ossessivo hanno fatto il resto.

L’età dei due protagonisti dovrebbe scandire in maniera differente le alleanze con il tempo ma non lo fa, sia lo zio che il nipote sono attratti dal panorama del fine vita terrena sincronizzato con l’inizio del fascio di luce eterno.
È veramente un “Capolavoro d’amore” la ferma, costante, ricerca di sé nonostante si è quasi al tramonto della vita, è qui che l’orizzonte aspetta di diventare notte infinita in compagnia della ragnatela di rughe.

L’unico Caravaggio di cui l’uomo dispone è il tempo, tela preziosa su cui le ore felici sono state dipinte a colpi di pennellate di sale. Rubano il Caravaggio, rubano il tempo, esattori della cornice lasciata vuota in balìa dell’altare abbandonato alla sua solitudine. Il letto del sacrificio dove si consumano perdite immani da cui rinascere richiede altro tempo, altro saccheggio di ore che nella nostra vita non risorgeranno mai più.

Lui per primo, Manfredi, è un capolavoro d’amore. Più di un quadro rubato, più di una relazione in viaggio per altri destini, lo turba e lo commuove la sofferenza, il disperato anello di congiunzione dell’universo vivente.
“Capiva che le loro sofferenze erano molto lontane dal dispiacere per un quadro rubato o per un amore finito…Desiderava penetrare tra le fibre dei loro corpi per confermarsi che tutti gli essere umani fanno parte di un unico, enorme organismo”.

Ruggero Cappuccio richiama il respiro antico di una sicilianità intrisa di quesiti che, prima di togliere il sonno, si portano in giro tra le strade di una Palermo dubbiosa del residuo di Verità su cui poter contare. Molto poca la trasparenza su labbra avvezze alla deviazione della voce nata e cresciuta nel tugurio della menzogna.
Nelle notti di luna piena, un nugolo di rumori sordi esce allo scoperto improvvisandosi fantasma del tempo felice che mai avrebbe potuto essere, che infine trionfatore del dramma compiuto è stato.