MILANO – La morte di Benedetto “Nitto” Santapaola, avvenuta ieri nel carcere di Opera dove era detenuto al 41 bis, chiude una delle parabole criminali più feroci e strategiche della storia di Cosa Nostra. Aveva 87 anni. Con lui se ne va uno degli uomini che ha incarnato il passaggio della mafia catanese da potere locale a snodo decisivo degli equilibri nazionali dell’organizzazione.
Ma la sua storia non è soltanto quella di un boss. È la storia di un sistema di alleanze, di sangue e di complicità che ha segnato in modo irreversibile la Sicilia e l’Italia.
Dalle strade di Catania al vertice della Cupola
Nato a Catania nel 1938, Santapaola consolida il proprio potere negli anni Settanta e Ottanta, diventando il capo indiscusso di Cosa Nostra etnea. La sua leadership non si fonda solo sulla forza militare, ma su una capacità politica interna all’organizzazione: stringe rapporti solidi con i corleonesi di Totò Riina, contribuendo all’asse Catania–Palermo che avrebbe dominato la stagione stragista.
Il suo nome emerge in una fase in cui la mafia non è più soltanto controllo del territorio, ma strategia di destabilizzazione. Non più solo omicidi mirati, ma attacchi simbolici allo Stato.
La stagione del sangue: dalla Circonvallazione alle stragi del ’92
Tra gli episodi che segnano l’ascesa criminale di Santapaola vi è la strage della Circonvallazione di Palermo (1982), in cui venne ucciso Alfio Ferlito insieme a tre carabinieri di scorta. Un’azione militare spietata che rivela la capacità organizzativa e la determinazione del gruppo catanese.
Il suo nome compare poi nei capitoli più tragici della storia repubblicana: le stragi del 1992.
Secondo le sentenze definitive, Santapaola fu mandante della strage di Capaci, nella quale morirono il giudice Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani. Le dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia lo collocano nelle riunioni decisive del 1991 in cui venne pianificato l’attentato.
Fu imputato anche nel processo per la strage di via D’Amelio, costata la vita a Paolo Borsellino e agli agenti Emanuela Loi, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli e Agostino Catalano. Nel 2006 arrivò la condanna all’ergastolo per entrambe le stragi, divenuta definitiva nel 2008.
Quelle sentenze non fotografano soltanto una responsabilità individuale: descrivono un sistema gerarchico nel quale la decisione di colpire lo Stato nasceva da una volontà collettiva di vertice.
L’arresto dopo 11 anni di latitanza
Santapaola rimase latitante per oltre un decennio. Venne arrestato il 18 maggio 1993 in un casolare nelle campagne di Mazzarrone, nel Catanese. La sua cattura segnò uno snodo simbolico, ma non la fine del suo potere: la rete costruita negli anni aveva già radici profonde.
Il processo per Capaci si aprì nel 1995 nell’aula bunker di Caltanissetta. In quell’aula non si discuteva soltanto di esecutori, ma del livello politico-strategico dell’attentato. Le indagini raccolsero decine di testimonianze di pentiti, centinaia di deposizioni, ricostruzioni tecniche minuziose.
E tuttavia, come ricordò Maria Falcone, restava l’interrogativo sui “mandanti occulti”: una domanda che ha attraversato tre decenni di processi e polemiche.
Il nodo delle responsabilità e le assoluzioni
Santapaola fu condannato anche per altri delitti eccellenti, tra cui l’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa al Maxiprocesso di Palermo in primo grado, salvo poi essere assolto nei successivi gradi di giudizio per non aver commesso il fatto.
Questa alternanza tra condanne e assoluzioni racconta un tratto strutturale dei grandi processi di mafia: la difficoltà di ricostruire responsabilità individuali all’interno di una struttura verticistica e compartimentata.
Un capo “politico” più che militare
Ridurre Santapaola a boss sanguinario sarebbe parziale. Fu soprattutto un regista di equilibri, capace di garantire consenso interno e di muoversi nella complessa architettura della Cupola regionale. Il suo potere si esercitava attraverso autorizzazioni, mediazioni, controllo degli uomini e delle risorse.
La sua figura rappresenta il modello del capo che non preme il detonatore, ma ne autorizza l’uso.
La fine in carcere e l’eredità di un’epoca
È morto da detenuto, sottoposto al regime del 41 bis. La Procura ha disposto l’autopsia.
La sua morte non cancella le responsabilità accertate né le ferite collettive. Chiude però un capitolo storico: quello dei grandi capi della stagione stragista, protagonisti di una strategia che tentò di piegare lo Stato attraverso il terrore.
Resta la memoria delle vittime. Resta il peso delle domande ancora aperte. E resta la consapevolezza che la mafia, quando non spara, spesso riorganizza.
La storia di Nitto Santapaola non è soltanto cronaca giudiziaria. È un frammento della storia italiana.




