La meta magistratura a Catania: Ardita, Di Matteo e Gratteri analizzano mafia e potere

La meta magistratura a Catania: Ardita, Di Matteo e Gratteri analizzano mafia e potere

CATANIA – Spontanei e fragorosi applausi hanno scandito l’incontro che si è svolto ieri a Catania a Palazzo Platamone per la presentazione del libro del magistrato catanese Sebastiano Ardita, componente del Csm, dal titolo “Cosa nostra S.p.A.”. Presenti, insieme all’autore, il consigliere togato del Csm Nino Di Matteo, il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri, il presidente della Commissione antimafia Nicola Morra, il direttore di AntimafiaDuemila Giorgio Bongiovanni e il giornalista Salvo La Rosa, che ha moderato l’evento.

L’intervento di Saverio Lodato: “A Catania foto di gruppo di una bella magistratura”

Un appuntamento che ha preso le mosse da un videomessaggio del giornalista Saverio Lodato: “Ardita, Gratteri, Di Matteo, non hanno bisogno di presentazioni, essendosi da tempo affermati agli occhi di milioni di italiani come esponenti della meglio magistratura italiana. Sono nomi scomodi. Sono magistrati indigesti al Potere. Contestati, criticati, accusati di protagonismo, ostacolati nel loro lavoro, quotidianamente processati, a volte persino messi gogna da giornali, specializzati in lavoretti sporchi. Quella che vediamo questa sera a Catania è la foto di gruppo di una bella magistratura che è l’esatto contrario di quella grigia che emerge dal ‘caso Palamara’“.

Foto di Francesca Capparelli

Le parole di Nicola Gratteri: “La mafia corrompe. Classe dirigente disposta a farsi corrompere”

C’è un connubio agrodolce di amarezza e speranza nell’intervento di Nicola Gratteri, che ha così esordito: “C’è tanta spazzatura in giro, c’è molto falso. C’è chi si alza la mattina per costruire prove false, per indebolire persone credono e sperano in un futuro diverso per questa nazione“. Il procuratore capo di Catanzaro ha focalizzato l’attenzione sullamafia che non spara, non danneggia, non terrorizza, cioè la mafia che corrompe. Oggi c’è più la cultura dell’apparire, ma quando ero giovane la cultura dell’essere era un valore. Oggi ha valore avere un Suv, vestire bene, andare in settimana bianca. Oggi c’è una classe dirigente che non intende rinunciare alle vacanze o alla macchina di lusso ed è disposta a farsi corrompere. Spesso la gestione della cosa pubblica non è fatta funzionare non tanto per la farraginosità del sistema, ma molte volte sono i funzionari che non la fanno funzionare. Perché la pratica si sblocca subito dopo una mazzetta. Si vende la dignità pur di avere la macchina costosa””.

Gratteri si è espresso, inoltre, anche in merito alla riforma del Csm, definendola “”la mamma di tutte le riforme. Sono d’accordo con il sorteggio. Senza nomine la magistratura diventerà più trasparente. La gente non denuncia perché non si fida, perché non sa con chi parlare“.

Foto di Francesca Capparelli

Il punto di Nicola Morra: “Riflettere è anche un’azione antimafia”

L’azione di contrasto alle mafie non è il primo punto dell’agenda di tante forze politiche“. Ha esordito così, il senatore Nicola Morra, che ha aggiunto: “Lo dimostrano tante scelte che hanno impedito l’azione di alcuni magistrati e forze di polizia giudiziaria“.

Per Morra “Cosa nostra, in maniera meno virulente e sanguinaria, ha capito che la partita si vince rapportandosi al potere. Che quando non è democraticamente fondato e saldato su valori condivisi, si fa tentare e sedurre”. Lo dimostrano i casi deicentri commerciali costruiti come funghi perché, con qualche variazione del piano regolatore generale, si concede questa possibilità con l’avallo della classe dirigente. E dunque della politica. Le mafie hanno compreso che relazionandosi al potere della classe dirigente potevano ancor più ottener forza. Attraverso l’esempio di Nitto Santapaola, relazionandosi alla Catania bene hanno fatto il salto di qualità. Dobbiamo prendere coscienza che troppe volte chi rappresenta lo Stato va contro lo Stato“. Morra, inoltre, ha sottolineato l’esigenza di una rivoluzione culturale in Italia, da portare aventi leggendo e meditando: “Riflettere è anche un’azione antimafia“.

Foto di Francesca Capparelli

Nino Di Matteo: “La bellezza di fare il magistrato sta nel cercare la verità”

Nino Di Matteo ha lanciato un grido d’allarme contro la narrazione che viene fatta oggi della mafia: “Catania è una città affascinante e viva. Ma forse con una tendenza pericolosa, mai sopita, a tornare ai tempi in cui i mafiosi andavano a braccetto con i poteri. Quando si scrive che lo Stato ha vinto e Cosa nostra è stata sconfitta, quando si dice con assoluta certezza che la parentesi stragista è stata solo una parentesi limitata che non si ripeterà più, penso che queste persone si accostano con superficialità al problema. Perché in Cosa nostra si sono alternati momenti di apparente pace con lo Stato, seguiti da momenti di attacco. Come si può dire abbandonata la strategia di attacco alle istituzioni quando nel 2013, un collaboratore di giustizia come Vito Galatolo, ha raccontato, con tanto di riscontri, dell’acquisto di tritolo per colpire un magistrato a Palermo. Lo dico per porre il problema della non scontata fine del periodo di violento attacco alle istituzioni“.

Il consigliere togato del Csm ha, quindi, ribadito che “a giudizi sommari e silenzi dobbiamo contrapporre la memoria, il dibattito, il coraggio di esporsi in prima persona. Cosa nostra è l’unica organizzazione al mondo che è riuscita a concepire stragi, centinaia di omicidi eccellenti tra magistrati, uomini delle forze dell’ordine, politici, sindacalisti e giornalisti. Perché è quell’organizzazione che più di ogni altra ha avuto come faro l’intendimento e la capacità di intessere rapporti con la politica e le istituzioni. Non ci si può concentrare solo sui fenomeni militari mafiosi. È falsa e rassicurante, ipocrita e ingiusta, la tendenza a considerare mafia solo ciò che parte dalla disperazione e dalla miseria degli ultimi“.

Foto di Francesca Capparelli

Di Matteo si è espresso anche in merito alla lunga latitanza di Matteo Messina Denaro: “Situazioni di questo genere non possono non essere anche, in parte, il frutto di coperture istituzionali e politiche. Messina Denaro è stato uno dei protagonisti della campagna stragista. Questo lo pone in condizioni, in quanto uno dei pochi depositari di segreti inconfessabili, di brandire un’arma micidiale di ricatto nei confronti di chi ha ancora molto da nascondere su quella fase“.

Nell’intervento del magistrato palermitano c’è spazio anche per il ricordo della strage di via D’Amelio: “Non è vero che non sappiamo nulla. Sono stati acquisti elementi concreti che oggi ci fanno dire che non è stata solo una strage di mafia. Bisogna colmare i vuoti di verità“.

Foto di Francesca Capparelli

Di Matteo ha, inoltre, lanciato un appello alla magistratura: “Di fronte a quanto accaduto con l’inchiesta di Perugia non possiamo essere sorpresi. Dobbiamo indignarci e reagire contro quei fenomeni che hanno provocato la degenerazione: il correntismo, la diffusione dei metodi clientelari; il collateralismo di molti magistrati con la politica; la corsa sfrenata per ottenere incarichi direttivi; la gerarchizzazione degli uffici procura“. Ed è in modo accorato che ha aggiunto: “La bellezza di fare il magistrato sta nel fare le inchieste, nel cercare la verità, non nel fare carriera. Mi batterò con tutte le mie forze perché chi, non solo nella magistratura, occupa indegnamente le istituzioni, non sporchi la memoria di chi è morto per il nostro Paese e per le istituzioni che quelle persone servivano nell’interesse dei cittadini e del popolo italiano“.

Sebastiano Ardita su Cosa nostra e Catania

A concludere l’incontro è stato Sebastiano Ardita con un focus sul capoluogo etneo: “Catania non è più una città commerciale. È avvenuta con violenza una diversa distribuzione della ricchezza e del lavoro”. Il magistrato ha sottolineato che “la parabola di una mafia soltanto che spara è diventata una brutta storia, che ha consentito fenomeni di mutamento all’interno anche della stessa Cosa nostra. Siccome sono stati fatti un sacco di soldi, qualcuno ha pensato di poter tagliare il cordone ombelicale con la parte più militare della organizzazione, e di trasformare Cosa nostra in una Cosa nostra S.p.A, una realtà votata al reinvestimento, ai rapporti che contano. La mafia è questo: i rapporti tra la criminalità d’élite e il potere“.

Ardita ha parlato anche delle scarcerazioni dei mafiosi avvenute negli scorsi mesi: “Ci siamo arrabbiati, non perché non ci piacciono certe scelte amministrative che avvengono nell’amministrazione penitenziaria, ma perché c’è un pericolo concreto di riorganizzazione militare di Cosa nostra“.

Non si può considerare la mafia un fenomeno sordido, squallido relegato a certi nomi e a certe famiglie e confinato in certi quartieri – ha aggiunto – perché quella che conosciamo, quella di Catania è una mafia che si è alimentata nei rapporti con il potere e nell’incapacità delle istituzioni di prendere coscienza di questo rapporto“.

Foto di Francesca Capparelli