Blitz e perquisizioni, Trapani nel mirino di 90 agenti: i "pizzini" e la latitanza di Matteo Messina Denaro, due arresti - NOMI, FOTO, DETTAGLI

Blitz e perquisizioni, Trapani nel mirino di 90 agenti: i “pizzini” e la latitanza di Matteo Messina Denaro, due arresti – NOMI, FOTO, DETTAGLI

Blitz e perquisizioni, Trapani nel mirino di 90 agenti: i “pizzini” e la latitanza di Matteo Messina Denaro, due arresti – NOMI, FOTO, DETTAGLI

TRAPANI – All’alba di oggi, la Polizia di Stato ha dato esecuzione alle ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal giudice per le indagini preliminari di Palermo a carico di Giuseppe Calcagno, 46 anni, di Campobello di Mazara (TP), e Marco Manzo, 55 anni, pregiudicato, di Campobello di Mazara, indagati per associazione di tipo mafioso ed estorsione.



In foto a sinistra Giuseppe Calcagno e a destra Marco Manzo

L’operazione è stata condotta dagli uomini della Squadra Mobile di Trapani con l’ausilio degli uomini della Questura, dei commissariati della provincia e dei Reparti Prevenzione Crimine della Sicilia e della Calabria, e l’impiego di unità cinofile e di elicottero del Reparto Volo di Palermo. Sono stati impiegati 90 uomini della Polizia di Stato.

Su delega della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo sono state notificate informazioni di garanzia ed eseguite perquisizioni nei territori di Marsala, Mazara del Vallo e Castelvetrano nei confronti di 15 indagati a vario titolo per associazione mafiosa, estorsione, detenzione di armi, favoreggiamento della latitanza del boss mafioso Matteo Messina Denaro, pure indagato nell’ambito del medesimo procedimento penale per tentata estorsione. Anche l’abitazione di Castelvetrano, dove risulta la residenza anagrafica del latitante, è stata sottoposta a perquisizione.

L’indagine, denominata “Ermes Fase 3”, ha fatto emergere che i 15 indagati, membri o contigui dei mandamenti mafiosi di Mazara del Vallo e di Castelvetrano, si sono adoperati per garantirne gli interessi economici, il controllo del territorio e delle attività produttive da parte dell’associazione e per aver favorito, in passato, la comunicazione riservata con il latitante Matteo Messina Denaro.

Le attività investigative hanno fatto luce sugli interessi economici e sui rapporti fra i sodali del mandamento mafioso di Mazara del Vallo, retto da Vito Gondola, deceduto in data 13 luglio del 2017, e sui rapporti che il predetto capo mafia mazarese intratteneva con altri appartenenti alla famiglia mafiosa di Marsala, di Campobello di Mazara e di Castelvetrano. Nel corso di incontri riservati e attraverso lo scambio di “pizzini” decidevano il compimento di estorsioni nella compravendita di fondi agricoli e nell’esecuzione di lavori pubblici.

L’indagine ha dimostrato anche l’intestazione fittizia di beni riconducibili a mafiosi e l’intervento dell’organizzazione per risolvere partite di debito/credito fra soggetti vicini alle “famiglie”. Le decisioni in merito ad alcune estorsioni venivano assunte su indicazione diretta del latitante Matteo Messina Denaro.

Il ruolo svolto da Giuseppe Calcagno ha consentito al reggente del mandamento mafioso di Mazara del Vallo, Vito Gondola, l’esercizio delle sue funzioni apicali, eseguendone puntualmente gli ordini. Calcagno ha costituito un punto di riferimento nel segreto circuito di comunicazioni finalizzate alla veicolazione dei “pizzini” del latitante Matteo Messina Denaro. È intervenuto nella risoluzione dei conflitti interni alla consorteria mafiosa o comunque per essa rilevanti; ha partecipato a incontri e riunioni riservate con altri membri dell’organizzazione mafiosa, anche finalizzati allo scambio di informazioni e ha mantenuto contatti con altri esponenti di vertice dell’associazione.

Anche la condotta criminale del Marco Manzo è stata finalizzata a favorire l’esercizio della posizione di comando da parte di Gondola. Ha partecipato a riunioni e incontri con altri membri dell’organizzazione e ha favorito lo scambio di informazioni, anche operative, con membri e vertici delle famiglie mafiose della provincia di Trapani e di altre province. Manzo è anche intervenuto nella risoluzione dei conflitti interni alla consorteria mafiosa e si è imposto nel territorio quale imprenditore del settore di carburanti in posizione dominante in forza dalla sua appartenenza a “cosa nostra”.

Marco Manzo è indagato, in concorso, anche per aver costretto, con l’intimidazione mafiosa, un dipendente di una società per la vendita di carburanti di Campobello di Mazara a rassegnare le proprie dimissioni, rinunciando al pagamento degli stipendi arretrati e alle altre spettanze economiche derivanti dal suo rapporto di lavoro.
Marco Manzo era stato condannato per aver favorito la latitanza del boss mafioso Vincenzo Sinacori e successivamente per danneggiamento aggravato ai danni dell’abitazione di un uomo politico di Castelvetrano.

Le attività investigative hanno dimostrato che l’assoggettamento del territorio e il controllo delle attività economico-imprenditoriali passava attraverso minacce e azioni violente, per la realizzazione delle quali era fondamentale un costante scambio di informazioni fra i vertici delle varie famiglie della provincia.

Sono state documentate le pressioni estorsive esercitate su un agricoltore marsalese, al fine di costringerlo a cedere a un membro dell’associazione un appezzamento di terreno, che invece avrebbe voluto acquistare per sé.
Le indagini hanno fatto luce anche su i contrasti fra uno degli indagati mafiosi e alcuni imprenditori agricoli e allevatori e su gli incontri tra mafiosi finalizzati a ricercare una soluzione.

L’intervento di Cosa Nostra è stato essenziale anche per risolvere dissidi per l’utilizzo di alcuni fondi agricoli e per il pascolo nelle campagne di Castelvetrano. Attraverso le attività tecniche di intercettazione è stato disvelato il tentativo di estorsione nei confronti degli eredi del defunto boss campobellese Alfonso Passanante affinchè cedessero la proprietà di un vasto appezzamento di terreno in contrada Zangara di Castelvetrano, appartenuto al boss Salvatore Riina. Le minacce dalla cosca mafiosa di Campobello, rappresentata dal boss mafioso Vincenzo La Cascia, furono avallate anche da una lettera intimidatoria attribuita al latitante Matteo Messina Denaro, risalente al 2013.