Dal Tribunale al Parlamento: la lotta alla mafia di Cesare Terranova, nemico giurato di Liggio e dei corleonesi

Dal Tribunale al Parlamento: la lotta alla mafia di Cesare Terranova, nemico giurato di Liggio e dei corleonesi

Dal Tribunale al Parlamento: la lotta alla mafia di Cesare Terranova, nemico giurato di Liggio e dei corleonesi

PALERMO – Luciano Liggio gliel’aveva giurata: Cesare Terranova, l’uomo che lo aveva fatto condannare all’ergastolo per l’omicidio del medico e mafioso Michele Navarra, doveva morire.


La “Primula rossa”, come era stato soprannominato il brutale boss di Corleone per l’abilità con la quale era riuscito a sfuggire all’arresto sino al 1974, non aveva mai perdonato al giudice la tenacia con la quale aveva condotto le indagini ed era arrivato alla sua condanna. Lo disse senza mezzi termini alla stampa e allo stesso magistrato, quando lo interrogò in carcere in veste di appartenente alla commissione antimafia.


La guerra e l’ingresso in magistratura di Cesare Terranova

Cesare Terranova, nato a Petralia Sottana il 15 agosto 1921, entra in magistratura nel 1946, subito dopo la fine della guerra. Aveva combattuto il secondo conflitto mondiale con la IV Compagnia del XII Battaglione Mitraglieri di Corpo d’Armata: catturato il 12 luglio 1943, era stato tenuto prigioniero in Africa fino all’ottobre del 1945, venendo insignito successivamente della Croce al Merito di guerra.

Inizia la carriera come pretore a Messina e poi a Rometta, dove il Comune, il 13 aprile 1950, gli conferisce la cittadinanza onorariaper l’opera di risanamento e di giustizia, fecondata da un lavoro assiduo, tenace e diligente, che ha elevato il tono e il Senso della Giustizia in tutto il mandamento” sottolineando come, attraverso una “nobiltà di animo non comune”, Terranova “si è accattivata la stima e l’affetto dell’intera cittadinanza“.

Cesare Terranova

Fonte foto: csm.it

I primi grandi processi di mafia e le intuizioni su Cosa nostra

Successivamente diventa giudice istruttore a Patti. Nel 1958 si trasferisce al Tribunale di Palermo, dove avvia i primi grandi processi di mafia contro Luciano Leggio (vero cognome del boss Liggio) e i padrini di Corleone. Terranova, infatti, intuisce prima di molti altri la crescente pericolosità dei “viddani” che avevano assassinato Michele Navarra e i suoi fedelissimi per prenderne il posto.

Comprende, con estrema lucidità e capacità di analisi, la trasformazione in corso di Cosa nostra, che dal proprio feudo fiuta le opportunità di speculazione edilizia offerte dalle città e allunga i suoi tentacoli fino ai grandi centri urbani.

Nelle sue sentenze, già a metà degli anni Sessanta, Terranova individua le strutture di comando e fornisce precise descrizioni: “La mafia non è un concetto astratto, non è uno stato d’animo, ma è criminalità organizzata efficiente e pericolosa, articolata in aggregati o gruppi o ‘famiglie’ o meglio ancora ‘cosche’. […] Esiste una sola mafia, né vecchia, né giovane, né buona, né cattiva, esiste la mafia che è associazione delinquenziale”.

È il primo magistrato a mettere per iscritto nella sentenza istruttoria per la strage di viale Lazio del 10 dicembre 1969 che gli amministratori comunali di allora rappresentano un centro propulsore della nuova mafia. Parole destinate a scuotere chi fingeva di ignorare la vera natura di Cosa nostra, considerandola alla stregua di un mero fenomeno folcloristico.

L’esperienza parlamentare l’impegno nella Commissione parlamentare Antimafia

Nell’agosto del 1971 diventa procuratore della Repubblica a Marsala. Pochi mesi dopo inizia la sua esperienza parlamentare: eletto deputato alla Camera per due legislature nella lista del PCI come indipendente di sinistra, si distingue per il suo impegno nella Commissione parlamentare Antimafia, denunciando l’esistenza e la necessità di debellare i “santuari inviolabili” del potere mafioso, vale a dire i comitati d’affari legati alla politica.

In veste di segretario della Commissione, contribuisce a elaborare la relazione di minoranza in cui vengono duramente criticate le conclusioni di quella della maggioranza nella quale sono sottovalutati o taciuti i collegamenti fra mafia e politica, e in particolare il coinvolgimento della Democrazia Cristiana in diverse vicende di mafia: Terranova e gli altri deputati di minoranza nel testo ufficiale puntano apertamente il dito contro i democristiani Giovanni Gioia, Vito Ciancimino, Salvo Lima e altri uomini politici accusati di avere rapporti con la mafia.

L’impegno parlamentare di Terranova si estende anche alla Commissione Giustizia e alla Commissione speciale per l’esame dei provvedimenti relativi agli immobili urbani e alla disciplina dei contratti di locazione. Prende parte anche alla Commissione Difesa e ad alcune commissioni preposte agli affari interni.

Il ritorno a Palermo 

Conclusa la parentesi politica, nel 1979 Cesare Terranova torna in magistratura: è nominato Consigliere alla Corte d’Appello di Palermo. Una tappa necessaria per diventare Capo dell’Ufficio Istruzione. Una nomina che i mafiosi vogliono scongiurare: la Piovra non dimentica ed esige il suo pagamento di sangue.

Il 1979, del resto, è l’anno di escalation dell’attacco mafioso allo Stato. Cosa nostra inizia sistematicamente a colpire personaggi eccellenti e figure istituzionali che pubblicamente la ostacolano. A gennaio la mafia uccide il cronista Mario Francese, che aveva denunciato dalle colonne del Giornale di Sicilia i rapporti tra mafia e affari, individuando inoltre ascese e contrasti all’interno del fenomeno mafioso.

A marzo viene assassinato Michele Reina, segretario provinciale della Democrazia cristiana, ostile alle connivenze tra politica e mafia. Nel mese di luglio viene eliminato il capo della Squadra Mobile di Palermo, Boris Giuliano: stava indagando, in collaborazione con l’FBI, sugli affari internazionali di Cosa nostra, in particolare sul traffico di eroina tra la Sicilia e gli Stati Uniti d’America.

Il duplice omicidio di Cesare Terranova e di Lenin Mancuso

La vendetta di Luciano Leggio (vero cognome di Liggio) si compie il 25 settembre 1979. Alle 8,30 del mattino la Fiat 131 della scorta arriva sotto casa del giudice in via Rutelli. Cesare Terranova si mette alla guida per raggiungere il tribunale. Al suo fianco siede colui che dal 1963 è il suo angelo custode: il maresciallo di Pubblica Sicurezza Lenin Mancuso, l’unico uomo della scorta e storico collaboratore del magistrato.

Fonte foto: Facebook – Lenin Mancuso

A pochi passi dalla sua abitazione, il giudice imbocca una strada secondaria. È chiusa da una transenna che segnala lavori in corso. Terranova e Mancuso non fanno in tempo a cogliere il pericolo. I killer sbucano fuori all’improvviso e aprono il fuoco. Sparano con una carabina Winchester e con diverse pistole. Istintivamente il giudice ingrana la retromarcia per tentare di sfuggire alla pioggia di proiettili, mentre Mancuso impugna la sua Beretta d’ordinanza per rispondere al fuoco. È tutto vano: un proiettile colpisce il magistrato al collo e lo uccide. I sicari, non paghi della vendetta compiuta, esplodono contro Terranova il colpo di grazia. Aveva 58 anni. Il suo angelo custode si spegne poche ore dopo in ospedale.

A ricoprire quella che avrebbe dovuto essere la sua prossima carica giunge un altro uomo preparato e inflessibile, il giudice Rocco Chinnici: “padre fondatore” del pool antimafia, morirà per mano mafiosa il 29 luglio 1983.

Mandanti ed esecutori materiali dell’assassinio

Solo un anno più tardi arrivano le prime importanti dichiarazioni sull’omicidio di Terranova, a renderle è Tommaso Buscetta: a Giovanni Falcone rivela che il magistrato era diventato un obiettivo già nel 1975, proprio per essere riuscito a ottenere la condanna all’ergastolo di Liggio e per il suo attivismo nella Commissione antimafia. Resoconto confermato anche da Francesco Di Carlo, uomo di fiducia di Bernardo Brusca, che ha indicato come mandante Luciano Leggio e come esecutori materiali Giuseppe Giacomo Gambino, Vincenzo Puccio, Giuseppe Madonia e Leoluca Bagarella. Nel 2004 la Cassazione ha confermato la condanna all’ergastolo per gli esponenti della cupola palermitana che diedero il permesso per eliminare il giudice: Michele Greco, Bernardo Brusca, Pippo Calò, Antonino Geraci, Francesco Madonia, Salvatore Riina e Bernardo Provenzano.

Le doti umane e professionali del giudice Cesare Terranova

Magistrato preparato e scrupoloso, rigoroso e determinato, Cesare Terranova, da pioniere, ha colto i connotati specifici della mafia siciliana, l’evoluzione inarrestabile, la diffusione crescente e pervasiva nella vita sociale, economica e politica. Nella sua intensa carriera all’interno della magistratura ha dato prova di elevate doti umane e professionali, animato da un vivido ardore civile e sociale. Caratteristiche che lo hanno reso particolarmente stimato.

Di lui ha scritto il presidente della Repubblica Sandro Pertini: “Cesare Terranova fu uomo di alto sentire e di grande cultura: amava profondamente la sua Sicilia e viveva con angoscia la fase di trapasso che l’isola attraversava, dall’economia del feudo e rurale all’economia industriale e collegata con le grandi correnti di traffico europeo e mediterraneo. Ma egli era anche animato, oltre che da un virile coraggio, anche da infinita speranza, che scaturiva dalla sua profonda bontà d’animo: speranza nel futuro dell’Italia e della Sicilia migliori, per le quali il sacrificio della sua vita, fervida, integra ed operosa non è stato vano. Ancora una volta così la violenza omicida della delinquenza organizzata ha colpito uno degli uomini migliori, uno dei figli più degni della terra di Sicilia“.