Quante volte ci capita di accendere la radio e ascoltare canzoni ad alta rotazione che, pur essendo diverse, sembrano tutte molto simili tra loro? Con la stessa frequenza sentiamo critiche e commenti negativi dai “paladini” della musica, i quali classificano i singoli di oggi come un susseguirsi di note ripetitive, accompagnate da testi banali e poco incisivi.
Come è cambiata la musica: la parola a Sergio Gullotti
È inutile negarlo: che piaccia o no, la musica è cambiata. Così come si è evoluta la letteratura nel corso dei secoli, non senza critiche.
A tal proposito, ai nostri microfoni Sergio Gullotti, proprietario di Xanax Recording Studio, ha fornito una panoramica dettagliata su questi cambiamenti e su come le intelligenze artificiali e l’autotune contribuiscono a queste evoluzioni.
L’impatto delle piattaforme streaming sulla musica
Dai CD per lo stereo agli MP3 fino alle piattaforme di streaming come Spotify e Amazon Music: ebbene, il modo di fruire la musica ha subito un’evoluzione radicale. Se un tempo l’ascolto era legato a supporti fisici e alla radio, oggi bastano pochi secondi per accedere a milioni di brani in qualsiasi momento e luogo.
La possibilità di ascoltare musica anche offline con un semplice clic ha reso le canzoni più accessibili, eliminando le barriere imposte dalla disponibilità dei dischi o dalla necessità di una connessione costante. Eppure, questa rivoluzione ha anche trasformato il mercato musicale, influenzando il valore economico delle opere e il modo in cui gli artisti costruiscono la propria carriera.
Per Gullotti, lo streaming è una grande opportunità, ma comporta anche sfide per gli artisti:
“Oggi tutti hanno accesso alle piattaforme, rispetto al passato, quando erano le etichette a decidere cosa doveva andare. Tuttavia, i musicisti oggi devono autoprodursi, essere presenti sui social, curare la propria immagine e creare una fanbase. Il musicista moderno non si limita più solo a fare musica, ma deve gestire tutta la comunicazione attorno alla propria carriera.”
“Spotify ha davvero rovinato tutto?” Piattaforme streaming sul guadagno
A livello di industria musicale, l’attenzione si è spostata anche sulla monetizzazione. L’esperto ha spiegato che oggi l’artista non monetizza più con la vendita della propria musica, perché la musica ormai è gratuita, data l’accessibilità sulle piattaforme streaming.
“L’artista monetizza principalmente con i concerti, e ci sono anche altre alternative, come gli NFT, che sono strumenti più particolari e di nicchia. Ma quello che secondo me funziona di più oggi è che vedo i musicisti concentrarsi sulle playlist, cioè entrare nelle playlist di Spotify o in playlist private degli utenti. Anche i fan si possono creare playlist e prescrivere canzoni”.
Un punto negativo di questa evoluzione è, però, che oggi gli artisti non guadagnano più dalla vendita della propria musica. I più anzianotti potrebbero pensare che “Spotify, Amazon Music, Apple Music hanno rovinato tutto“, ma è davvero così? Certamente, il guadagno è nettamente inferiore.
“Per esempio, ogni 1.000 stream su Spotify si guadagnano circa 4 dollari lordi, che devono essere suddivisi. Ogni piattaforma ha le sue regole, e bisogna considerare se l’ascoltatore ha un account premium o gratuito. La differenza con la vendita di dischi fisici è enorme: per un disco che costava 15-20 euro, l’artista poteva guadagnare il 30-40% del prezzo, mentre oggi, con 1.000 stream, si guadagnano solo 4 dollari. La differenza è veramente folle“.
La psicologia della musica e il suo impatto: cos’è il mere exposure effect
Moltissime volte ci siamo sicuramente trovati ad ascoltare alla radio una canzone di cui siamo saturi ma, a causa del suo ritmo, il nostro cervello non ne può proprio fare a meno. L’esperto ha spiegato che, data l’esposizione continua a quello stimolo, è probabile che nonostante la “repulsione” posso piacere in automatico.
“Il nostro corpo trasforma questa esposizione in un rilascio di dopamina. Da un punto di vista chimico e neurologico, succede esattamente questo. È un fenomeno ben studiato, e su un libro che tratta proprio di questo argomento viene chiamato mere exposure effect: si tratta di un effetto concreto, ben strutturato e ricorrente”.
Ebbene, funziona perché al nostro cervello piace la ripetizione. Possiamo considerare la musica come la matematica: ci sono delle assonanze, delle simmetrie e delle strutture speculari.
“La musica, però, è una teoria che si traduce in sensazioni. Per esempio, una scala maggiore è composta da diversi modi, come il dorico, lo ionico, il frigio… ognuno di essi trasmette una sensazione specifica. Lo stesso vale per gli accordi e le note: quando suoni uno strumento, le sensazioni che provi sono legate al tuo background personale e ai tuoi ricordi“.
“È vero che oggi conta più la viralità sui social che la qualità artistica?”
Gullotti ha spiegato che è vero che il successo mediatico ha un suo peso ma se una persona non sa cantare non può aspirare a diventare un grande cantante. Ebbene, se si vuole far musica, bisogna saper far musica. È anche vero che oggi si sta trascurando l’aspetto musicale a favore di quello visivo.
“Vedo molti giovani alle prime armi investire cifre importanti nella realizzazione di videoclip, spesso di ottima qualità, mentre la musica rimane carente sia dal punto di vista della performance che del prodotto finale. L’immagine è sicuramente fondamentale, ma non dovrebbe prevalere sulla musica.
Un esempio lampante è il Festival di Sanremo: oggi l’obiettivo principale dell’artista non è tanto vincere, quanto esserci, ottenere visibilità. È quasi come se fosse l’artista a dare valore al Festival, e non viceversa. Non seguiamo più il Festival per il Festival, ma per gli artisti che vi partecipano”.
Questione Autotune, innovazione artistica o correzione tecnica?
L’autotune è uno degli argomenti più fraintesi nel mondo della musica. Secondo l’esperto, anche se è possibile diventare famosi e creare canzoni incredibili, ci sono dei problemi di fondo legati alla consocenza e alla percezione di questo strumento.
“Molti pensano che sia una sorta di trucco per migliorare artificialmente la voce, un modo per aggirare anni di studio. In realtà, Auto-Tune è solo uno strumento che corregge l’intonazione della voce, adattandola a una scala musicale preimpostata. Se una canzone è in Sol maggiore, Auto-Tune regolerà automaticamente la voce affinché rientri in quella tonalità. Tuttavia, se un cantante non ha ritmo, espressione o capacità interpretativa, non sarà Auto-Tune a trasformarlo in un bravo artista”.
Autotune e Melodyne non sono la stessa cosa
Sono in molti a credere che questo artificio tecnico sia la chiave del successo, ma in realtà, nei processi di produzione musicale, viene utilizzato molto più frequentemente un software chiamato Melodyne.
“Questo strumento permette di analizzare e correggere l’intonazione in modo più dettagliato, agendo su ogni singola nota della traccia vocale o strumentale. Con Melodyne, è possibile modificare profondamente una performance, ma resta il fatto che una base di talento e preparazione è indispensabile”.
Ma l’autotune andrebbe abolito? Secondo l’esperto, no.
“Se l’effetto fa parte del sound di un artista, non c’è motivo di demonizzarli. Jovanotti, ad esempio, lo ha paragonato alla chitarra elettrica: è un effetto che può arricchire un brano, non un trucco per nascondere l’incompetenza. Se un rapper porta un pezzo a Sanremo e il suo stile prevede l’uso di Auto-Tune, è giusto che lo utilizzi. Ciò che non si può pensare è che Auto-Tune possa trasformare chiunque in un cantante, perché non è così”.
L’IA avanza ma l’emozione trionfa
Dulcis in fundo, non si possono trascurare le ultime innovazioni, quasi “rivoluzioni”, delle intelligenze artificiali nel campo musicale. Il discorso è più complesso e, secondo Sergio Gullotti, ci sono alcuni aspetti preoccupanti, come la possibilità di campionare la voce di un artista e utilizzarla per generare nuovi brani.
Eppure, dal momento che IA non è ancora in grado di scrivere canzoni con l’intensità emotiva di un vero artista, non c’è pericolo che possa sostituire la figura del cantante. Una canzone nata da un’esperienza vissuta, scritta con passione e sofferenza, ha un valore ineguagliabile rispetto a un testo generato da un algoritmo.
“L’IA può essere un supporto, uno strumento di ispirazione, ma alla fine ciò che conta davvero è la connessione emotiva con il pubblico. Vince sempre la musica che riesce a trasmettere qualcosa. Essere consapevoli degli strumenti a disposizione è importante, ma nulla potrà mai sostituire l’autenticità di una vera espressione artistica”.