RAGUSA – La Polizia di Stato – squadra mobile – ha arrestato i pluripregiudicati napoletani (padre e figlio) Antonio De Martino, 68 anni, e Vincenzo De Martino, 43 anni, per i reati di truffa e tentata truffa, aggravati dall’aver commesso i fatti ai danni di donne anziane.
Durante la scorsa estate la Polizia di Stato ha iniziato a registrare diverse denunce di truffa consumate in provincia di Ragusa con lo stesso modus operandi, appurando che si trattava di più gruppi criminali. Raccolti i primi elementi, già nel mese di giugno 2018 gli uomini della squadra mobile iblea hanno dato avvio a un’intensa caccia all’uomo, considerato che le vittime erano tutte donne anziane e i malfattori creavano un danno non solo economico, ma soprattutto psicologico.

Da sinistra a destra: Antonio De Martino, 68 anni, e Vincenzo De Martino, 43 anni
Partendo proprio dai luoghi delle truffe consumate, le indagini si sono concentrate sugli impianti di videosorveglianza poiché le vittime hanno riferito di aver ricevuto in casa il truffatore e di essere in grado di riconoscerlo. Dopo indagini senza sosta e grazie alla collaborazione delle vittime, gli investigatori sono riusciti a cogliere qualche elemento utile per poter proseguire le indagini, come la macchina utilizzata dai truffatori, oggi arrestati. Questa era stata noleggiata, ma le tecniche investigative in uso alla Polizia di Stato hanno permesso ugualmente di risalire agli effettivi utilizzatori dei veicoli “catturati” dalle telecamere.
Le vittime hanno raccontato, tutte in modo dettagliato, quanto a loro occorso; gli investigatori hanno così avuto la certezza che si trattasse di un unico gruppo di truffatori e con l’aiuto delle anziane vittime è stato possibile far riconoscere loro gli autori. Solo successivamente è stato appurato che in provincia di Ragusa erano giunti più gruppi di truffatori; difatti pochi mesi fa un altro delinquente è stato arrestato per fatti analoghi a quelli commessi dagli odierni arrestati e utilizzando lo stesso modus operandi.
Il modus operandi era il seguente e si può evincere da uno stralcio delle tante denunce ricevute e di seguito riportate (con le modifiche e le omissioni del caso). Questa una delle tante ricevute, praticamente identica alle altre.
“Sono stata contattata sull’utenza telefonica di casa da una persona di sesso maschile il quale si qualificava come l’avvocato ‘Tizio’; lo stesso mi spiegava che mio figlio (o nipote) aveva avuto un incidente stradale e che aveva causato delle lesioni a un ragazzo che viaggiava con un motorino; detto ciò, il sedicente avvocato passava il telefono a un’altra persona che si qualificava come il Maresciallo ‘Caio’. Il sedicente maresciallo mi confermava che mio figlio era stato trattenuto in caserma in stato di fermo perché aveva investito un ragazzo che era in ospedale; a dire dell’interlocutore, il danno provocato da mio figlio era ammontante a 25mila euro ma, essendo la nostra una famiglia per bene, il nostro avvocato e l’avvocato del ragazzo si erano accordati per un risarcimento di 10mila euro; l’interlocutore mi riferiva che era stato lo stesso mio figlio a chiedere di contattarmi per procurare il denaro; a quel punto mi chiedeva di recarmi in banca a prelevare del denaro, raccomandandomi l’urgenza; credendo in ciò che mi avevano raccontato mi sono subito recata presso la mia banca ed ho prelevato il denaro; ricevevo diverse telefonate ed il sedicente avvocato ‘Tizio’ mi chiedeva se avessi preso i soldi e a quanto ammontava il denaro; riferivo di aver preso 5mila euro; l’interlocutore mi esortava a sbrigarmi perché l’avvocato era sotto casa; ho aperto il portone e ho trovato un uomo al quale ho consegnato i soldi. Dopo l’accaduto chiamavo mia nuora alla quale raccontavo i fatti e insieme a lei capivo di essere stata vittima di una truffa in quanto mio figlio non aveva avuto alcun incidente“.
Le indagini in questo caso hanno permesso di risalire all’identità dei due complici (padre e figlio) che agivano in perfetta sinergia; uno effettuava la telefonata e l’altro si presentava dalle anziane vittime per ricevere il denaro; mentre il finto avvocato ritirava il denaro, il complice attendeva in auto l’eventuale arrivo di familiari, per poi dileguarsi frettolosamente con il bottino. Fondamentale, ancora una volta, la collaborazione delle vittime che mediante il riconoscimento dei delinquenti hanno reso possibile individuare i due truffatori seriali.
I malfattori, anche in questo caso, fingevano una chiamata da parte di un avvocato con un cognome comune nei luoghi dove operavano e poi chiamando le vittime per nome (dopo averlo scovato sugli elenchi telefonici) riuscivano a ottenerne la fiducia. Oltre al riconoscimento fotografico da parte delle vittime, gli agenti della Polizia di Stato hanno raccolto numerosi altri indizi grazie a sofisticate tecniche investigative.
La Polizia di Stato di Ragusa rende noti il contenuto delle denunce e le foto dei truffatori così da poter individuare altre vittime sull’intero territorio nazionale. È quasi certo che gli arrestati hanno agito in altre città. Sembra quasi impossibile credere a un sedicente avvocato che per telefono fa richieste di denaro e ottiene queste ingenti somme. Purtroppo l’età avanzata e l’amore per i figli o nipoti ha spinto le anziane signore a esaudire subito le richieste dei truffatori al fine di proteggere i propri cari. Quando i truffatori non sono riusciti nel loro intento è stato solo per fortuite coincidenze: telefonate dei congiunti durante le fasi della truffa, visite dei familiari o mancanza di denaro contanti. Le vittime sono quasi tutte donne, ultrasettantenni, registrate su elenchi telefonici, spesso sole in casa, madri e nonne.
La Procura della Repubblica di Ragusa, a seguito dell’informativa di reato redatta dalla Squadra Mobile, ha subito richiesto una misura cautelare a carico dei pregiudicati, truffatori professionisti. Uno dei due ha tentato di eludere le indagini fornendo altre generalità ma l’abilità degli uomini della squadra mobile partenopea ha reso il tentativo vano. Dopo la notifica degli atti di Polizia Giudiziaria, i due truffatori sono stati condotti in carcere a disposizione dell’autorità giudiziaria che procederà al loro interrogatorio nei prossimi giorni.





