PALERMO – Gli ultimi dati parlano di un incremento galoppante dei beni confiscati alla mafia. Il più delle volte si tratta di immobili e di aziende sottratti alla criminalità organizzata e che hanno come destinazione scopi sociali o benefici. Di loro si occupa l’Anbsc (agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata) che – attraverso le sedi di Reggio Calabria, Roma, Palermo, Milano e Napoli – si occupa di amministrare e destinare i beni ad un uso fruttuoso.
“Attraverso una stretta collaborazione con l’autorità giudiziaria – spiega il sito istituzionale dell’Agenzia – si fornisce un valido supporto alla programmazione della destinazione del bene, già durante la fase giudiziaria, acquisendo tutte quelle informazione e nel contempo indicando quelle attività necessarie al superamento delle criticità che spesso ostacolano o rallentano la restituzione alla collettività dei patrimoni mafiosi e quindi il riutilizzo sociale degli stessi”.
“Naturalmente all’attività di amministrazione e destinazione dei beni svolta dall’Agenzia – conclude la mission – animata dalla volontà di non rendere vano l’impegno di forze dell’ordine e dell’autorità giudiziaria, si affianca il costante monitoraggio posto a garanzia dell’effettivo riutilizzo sociale dei patrimoni mafiosi, affinché il compito istituzionale svolto non si riduca a semplice dato statistico, ma si concretizzi in una reale percezione della presenza dello Stato nel territorio”.
Sono ben 5.500 i beni confiscati, molti dei quali concentrati soltanto in alcune zone note per avere una lunga storia criminale. Nella sola provincia di Palermo vi sono circa 3.600 beni contro i soli 44 di Ragusa e i 54 di Enna. Grande discrepanza anche con le altre due province investite in maniera pesante dalla criminalità organizzata: a Catania ammontano a circa 600 e a Trapani 386.
Una mappa dettagliata e interattiva – dalla quale attingere preziose informazioni – è stata realizzata da Dataninja per il sito ConfiscatiBene.it che è un progetto partecipativo per favorire la trasparenza, il riuso e la valorizzazione dei beni confiscati alle mafie, attraverso la raccolta, l’analisi dei dati e il monitoraggio dei beni stessi.
Alla sua costruzione e implementazione partecipano giornalisti, attivisti e tecnologi. La Sicilia – purtroppo – a livello nazionale è leader della classifica delle regioni con più beni confiscati, seguita a ruota da Campania (con 1.918 beni confiscati), Calabria (1.811), Lombardia (1.186) e Puglia (1.126).
Dato sorprendente è quello relativo ai dati per singolo comune. Palermo detiene il primato arrivando oltre quota 2mila ed è seguita da Motta Sant’Anastasia – città di circa 12mila abitanti – che conta ben 236 beni confiscati, più del doppio di Catania. Seguono Monreale con 135 beni confiscati e solo 2 aziende, Partinico con 131 beni confiscati, Bagheria con 114 beni confiscati e Trabia con 105 beni confiscati.
Si tratta di un’importante ricchezza immobiliare e di aziende che tanto lavoro potrebbe portare specie in un momento così drammatico. Ma non mancano i problemi che ostacolano la “rimessa nel circolo della legalità” dei beni, spesso bloccati da cavilli giudiziari e ipoteche.
Recentemente la presidente della commissione nazionale antimafia, Rosy Bindi è intervenuta in merito: “Il settore dei beni confiscati non è a costo zero. Abbiamo l’esperienza necessaria per fare una revisione profonda e vera, ci siamo concentrati sul tema delle misure di prevenzione e confisca, siamo pronti a presentare un disegno di legge organico per fare una riforma su sequestro, confisca dei beni e misure di prevenzione”.
“Non possiamo permetterci fallimenti, che creano più consenso alla mafia – ha concluso Rosy Bindi – né di tenere inutilizzato un intero patrimonio di beni e aziende. Va detto però che questo settore non è a costo zero, se non si investe qualcosa, il ritorno non ci sarà mai”.




