BIVONA – È amareggiato, deluso e arrabbiato Ignazio Cutrò, testimone di giustizia che alcuni anni fa denunciò coloro gli chiedevano il pizzo, facendo arrestare personaggi di spicco della mafia dell’entroterra siciliana.
“È tutta colpa mia“: esordisce così l’uomo su Facebook in cui, in n lungo post, si sfoga contro l’ingiusto trattamento subito dalla figlia.
“Vi scrivo con grande umana sofferenza per l’ennesimo boccone amaro che la mia famiglia è costretta a inghiottire dopo avere appreso la notizia che una proposta, seppur informale, di lavoro seppur temporaneo è stato rifiutato a mia figlia Veronica per colpa di…..avere un padre che ha denunciato la mafia della bassa quisquina, per essere scortata dell’Arma dei Carabinieri“. Sono queste le parole usate dal testimone di giustizia per raccontare l’episodio vissuto dalla propria figlia.
La giovane venerdì 28 luglio si era recata di mattina in un bar di Bivona, la cittadina in provincia di Agrigento dove la famiglia ha deciso di restare, per rispondere a un annuncio di lavoro nel quale si cercava una barista per la stagione estiva. Al suo arrivo, però, la 25enne si è vista chiudere la porta in faccia dalla titolare del bar che pare non averebbe gradito la presenza degli uomini di scorta.
Cutrò denuncia che dietro questo episodio di esclusione si nasconda l’omertà e l’atteggiamento di distacco dei suoi concittadini perché se “hai denunciato e testimoniato nei processi contro i mafiosi del tuo paese non sei degno della stima e del rispetto di molti tuoi concittadini. È questa la parte più vergognosa, che nemmeno i tuoi figli si salvano dal disprezzo e dall’isolamento“.
L’imprenditore bivonese, dopo aver denunciato chi voleva estorcergli il pizzo, ha perso tutto e non riesce nemmeno a vendere i mezzi della sua impresa edile.
L’episodio lo sta convincendo sempre più a lasciare la Sicilia per cercare di dare un futuro dignitoso e sereno ai suoi figli.



