La situazione è estremamente confusa e, addirittura, il Primo Ministro Israeliano Benjamin Nethanyau dichiara che l’accordo di interruzione delle ostilità non include il Libano. Già da ieri, l’aviazione israeliana ha effettuato l’Operazione “Eternal Darknes”, una delle più pesanti ondate di attacchi sul Libano, nel sud del Paese e nella Capitale a Beirut; massici bombardamenti su Beirut, hanno causato oltre 250 morti e centinaia di feriti tra i civili, addirittura coinvolgendo un convoglio logistico del contingente italiano di UNIFIL, fortunatamente senza causare vittime o feriti.
La cosiddetta guerra dei 12 giorni, come definita da Trump, ha preso una svolta che non lascia speranze di pace, né a breve e nemmeno a medio termine, considerata l’escalation militare israeliana e, di riflesso, l’Iran non perde tempo a ripristinare il blocco cruciale dello Stretto di Hormuz.
Il nodo critico, secondo il Pakistan che ha fatto da base di appoggio per l’accordo di tregua, riguarda la mancata estensione del “Cessate il fuoco” sul fronte libanese. A parte la gravità di trovarci in un punto di non ritorno, come ha dichiarato la Premier italiana Giorgia Meloni, con la possibile perdita di approvvigionamento di beni primari energetici, dovuta alla non elargita autorizzazione del transito delle navi petroliere, da parte iraniana, l’intero Occidente è veramente in Stato Confusionale.
Già, sin dalle prime ore del “Cessate il fuoco” tra Iran e Usa, lo Stretto di Hormuz è rimasto sostanzialmente bloccato e Tra Washington e Tel Aviv si allarga una frattura ampia e profonda; di contro, il regime degli Ayatollah esce dalla prima fase di guerra, più compatto di prima, i Paesi del Golfo stanno riconsiderando la loro alleanza con Washington e così via. Se il conflitto dovesse degenerare potrebbe colpire le infrastrutture energetiche su cui si regge l’economia mondiale. Cerchiamo di capire cosa sta succedendo davvero. Ancora una forte preoccupazione, appare per l’Italia e riguarda i nostri militari impegnati in Libano. I corsi e ricorsi storici recenti, ci fanno ricordare la strage di Nassirja, avvenuta il 12 novembre 2003, quando un camion cisterna imbottito di esplosivo ha attaccato la base “Maestrale” del contingente italiano in Iraq, causando la morte di 19 italiani (12 Carabinieri, 5 soldati dell’Esercito e 2 civili) e il ferimento di molti altri, oltre a vittime irachene. A questo punto, e per cercare di capire qualcosa sull’evolversi della vicenda iraniana, abbiamo pensato di chiedere, al Generale di Corpo d’Armata Giovanni Ridinò, esperto in crisi belliche, di esporci un quadro chiaro sul conflitto in Iran.
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Buongiorno signor Generale, purtroppo la nostra serie di appuntamenti è diventata “non stop”; lei ha avuto l’alto incarico di Direttore della Cellula Strategico Militare dedicata ad UNIFIL” presso le Nazioni Unite in New York, quindi ha una esperienza professionale diretta sui teatri operativi all’Estero dei nostri militari. Dopo l’attacco israeliano di ieri a Beirut, le preoccupazioni del nostro Contingente, in quel teatro operativo, crescono sempre più.
Buongiorno a lei, e rinnovo i miei saluti al Direttore Sergio Regalbuto e all’intero Staff di Redazione e ai lettori. La Forza di Interposizione in Libano delle Nazioni Unite è una forza militare, creata il 19 marzo 1978 con le risoluzioni 425 e 426 del Consiglio di Sicurezza. Essa è nata dopo una guerra da parte dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) in Libano contro Israele (se guardiamo un po’ i processi storici non mi risulta che Israele abbia mai attaccato per primo) e la conseguente reazione Israeliana, con l’occupazione del sud del Libano fino al fiume Litani, per creare una fascia di sicurezza che consentisse di evitare che i villaggi israeliani venissero colpiti dalle artiglierie avversarie. L’Italia vi ha partecipato inizialmente con uno squadrone di elicotteri. Il compito della missione era sostanzialmente di osservazione e di segnalazione dell’inosservanza delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
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E dal 1978 ad oggi, parliamo di stabilizzazione geopolitica fra Israele e Palestina.
Sì, purtroppo si tratta di una frastagliata vicenda e per riprendere il decorso, la situazione si ripete ancora nel 1982 con attacchi delle artiglierie dell’OLP, i siriani e le forze musulmane libanesi contro i villaggi israeliani, ed ancora una volta Israele invade il sud del Libano per allontanare la minaccia contro le popolazioni israeliane confinanti con il territorio libanese. Il ritiro delle forze israeliane dal territorio libanese avviene nel 1985. La storia si ripete nel 2006 con l’attacco degli Hezbollah contro i villaggi del nord di Israele; cambiano nome, ma il problema è sempre lo stesso. Il Libano ha accolto i palestinesi sfollati dopo le guerre contro Israele a seguito della proclamazione dello stato di Israele nel 1948. Il Libano conta notevoli campi profughi che nel tempo si sono trasformati in vere città autogestite ( le forze armate Libanesi non entrano in questi territori) senza nessuna prospettiva di integrazione e di sviluppo economico. Si sono trasformati in centri di alimentazione di movimenti terroristici e di gruppi armati ,finanziati dai paesi noti per il loro odio contro Israele.
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Sembra una “Fiction a puntate senza fine”
Nel 2006 con la risoluzione 1701, adottata nell’11 agosto del 2006 UNIFIL, viene rafforzata con l’aumento del contingente fino a 15.000 uomini. Viene cambiata la missione che prevede il supporto alle forze Armate Libanesi, che entrano per la prima volta nel sud del loro paese lasciato in balia di Hezbollah, con l’obiettivo politico che non vi fossero nel territorio milizie armate non statali (in pratica il disarmo di Hezbollah). L’Italia del governo Prodi (definito governo del cambiamento) per marcare questa volontà di svolta decide di ritirare i militari dall’Iraq (NATO) e di lanciarsi nell’UNIFIL II (ONU) invitando la Francia e altri paesi europei a dare il loro contributo.
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Ma quanto ha fatto l’Italia per Israele?
Tantissimo! Mi piace rimarcare che, per convincere Israele a sedersi al tavolo delle trattative, l’Italia inviò la nostra flotta (Nave Garibaldi e altre unità) per assicurare la protezione del territorio israeliano da possibili attacchi via mare. Per la prima volta l’ONU si trova a dover gestire anche una forza navale. La partecipazione alla missione UNIFIL rafforzata è stata, a mio avviso, una scelta politica poco lungimirante visto i precedenti storici con le continue violazioni di tutte le precedenti risoluzioni.
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Una missione di interposizione tra due contendenti che rischia di trasformarsi in un disastro nel momento in cui si vanno a riaccendersi gli scontri.
Una forza militare deve essere capace di intervenire su tutti i contendenti, per il ripristino delle risoluzioni, un po’ come è successo in Bosnia, dove dopo il fallimento della missione a guida ONU (massacro di Srebrenica), il compito di far rispettare la risoluzione dell’ONU alle parti in conflitto fu affidato alla NATO in applicazione del capitolo VII della carta.
- Quindi l’Onu si è tenuto sempre in disparte per amor di pace(?) L’UNIFIL, evidentemente, in 20 anni non è riuscita a conseguire il vero obiettivo: “Sostenere le Forze armate libanesi per il totale disarmo di Hezbollah”.
La limitatezza delle capacità dell’ONU sono ormai comprovate dai tanti interventi in cui le Nazioni Unite hanno dimostrato i loro grandi limiti. La carta delle Nazioni Unite è il documento creato, dopo la fine del II conflitto mondiale, con l’intento di prevenire futuri conflitti globali e promuovere la cooperazione tra le Nazioni. Princìpi indiscutibili, ma già, dalla sua nascita, l’ONU, ha presentato i suoi punti deboli con la possibilità, da parte di cinque Nazioni, di poter mettere il veto per bloccarne ogni iniziativa non gradita. Così, in tempi più recenti, la Russia ha bloccato ogni risoluzione o richiamo contro il suo intervento in Ucraina e gli USA hanno adottato la stessa strategia nel recente conflitto contro l’Iran, rendendo di fatto evidente la sua inutilità.
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In termini pratici, nessuno paga, i grandi possono fare quel che vogliono.
Del resto arrivare al palazzo di vetro a New York dove all’ingresso campeggia il monumento di una pistola con la canna annodata, simbolo del ripudio delle armi, e dove al suo interno non è molto tollerato l’uso dell’uniforme militare, fa subito dubitare di come una simile organizzazione possa guidare missioni a carattere militare piuttosto complesse. Come allora si fece per l’Iraq , lo si faccia ora per il Libano e si facciano rientrare subito i nostri militari.
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Come allora si fece per l’Iraq, lo si faccia ora per il Libano e si facciano rientrare subito i nostri militari. Questa è una frase che tutti dovremmo condividere, a partire dalla Politica. Generale, grazie sempre per la sua cortese disponibilità e speriamo che al prossimo incontro si possa discutere di risoluzioni dei conflitti che ancora nel 2026 ci attanagliano.



