CATANIA – “In una città in cui le emergenze sociali, dalla povertà alla violenza di genere, fino al collasso dei servizi, faticano a trovare spazio nel dibattito istituzionale, si accende invece lo scontro quando si tratta di sgomberare spazi sociali e realtà che costruiscono comunità”.
È quanto denunciano le attiviste del Consultorio Autogestito Mi cuerpo es mio, intervenendo dopo la seduta del Consiglio comunale del 2 aprile. Al centro della polemica, la narrazione istituzionale dello sgombero del consultorio, definito dall’amministrazione come un esempio di “dialogo”.
Sgombero a Catania del consultorio Mi cuerpo es mio: parola alle attiviste
“Durante la seduta del Consiglio comunale del 2 aprile, convocata per discutere dello sgombero della Lupo, il sindaco ha infatti scelto di citare in maniera strumentale proprio lo sgombero del Consultorio Autogestito Mi cuerpo es mio, avvenuto due anni e mezzo fa, la mattina dei funerali di Giulia Cecchettin, utilizzandolo come caso esemplare per legittimare l’operato dell’amministrazione. Noi non ci stiamo!” afferma Chiara Rosini, attivista del consultorio.
“Se questa è la loro idea di dialogo, è evidente che non hanno mai ascoltato davvero le donne che subiscono violenza, le persone che hanno trovato nel consultorio un luogo di cura e accoglienza. Lo sgombero è avvenuto senza alcun confronto reale, né prima né dopo, nonostante le nostre richieste formali e informali”.
Le attiviste confermano, inoltre, una gestione approssimativa del patrimonio pubblico emersa durante un incontro con il sindaco, in cui, raccontano, sarebbero emerse lacune persino sulla conoscenza degli immobili comunali disponibili.
“Non si vogliono trovare soluzioni”
“Il sindaco ha parlato di uno nostro disagio durante gli incontri con lui. Forse il disagio era tutto suo. Durante gli incontri abbiamo presentato un progetto dettagliato con diverse realtà e associazioni del territorio e una mappatura degli spazi abbandonati, ma ci siamo trovate davanti a un’amministrazione impreparata, incapace persino di sapere quali edifici possiede o di trovarne le chiavi”, dichiara Benedetta Tringali. “Ma soprattutto ci siamo trovate davanti un’amministrazione che non aveva alcuna volontà di trovare una soluzione.”
Secondo le attiviste, lo sgombero del consultorio rappresenta una precisa scelta politica: cancellare un’esperienza radicata nel territorio. Uno spazio, sottolineano, che per anni ha offerto servizi, supporto e attività, oggi lasciato in stato di abbandono.
“Lo spazio è vuoto, ma la città no”, prosegue Rosini. “La comunità che abbiamo costruito continua a esistere, nelle relazioni e nei corpi, ben oltre le mura che ci sono state sottratte”.
Le attiviste contestano anche l’uso strumentale del consultorio nel dibattito politico e chiedono trasparenza rispetto ai progetti e ai bandi citati dall’amministrazione per giustificare lo sgombero.
“Parlare oggi di bandi e accesso ai beni pubblici è un insulto, dopo due anni e mezzo di silenzio istituzionale, dopo che avete lasciato un immobile (tra via Sant’Elena e Via Gallo) abbandonato, con muffa e umidità visibili dall’esterno e in questi due anni e mezzo si poteva evitare! Questo è il vostro esempio di decoro, di legalità, di dialogo?”, conclude Tringali. “Il consultorio non è solo un edificio: è una comunità politica. E una comunità politica non si sgombera”.
Il Consultorio Autogestito Mi cuerpo es mio ribadisce infine la propria presenza attiva sul territorio e la volontà di continuare a costruire spazi di supporto, autodeterminazione, nonostante le scelte dell’amministrazione e la sua ipocrisia.
La video intervista di Chiara Rosini, attivista del consultorio



