Mastro Titta e la bella Gertrude

Mastro Titta e la bella Gertrude

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Il boia di Roma e l’esecuzione della bella Geltrude 

Un episodio drammatico della Roma ottocentesca rivisto alla luce della giustizia moderna 

Un caso emblematico della Roma ottocentesca è quello di Geltrude Pellegrini, nota come “la bella Geltrude”, giustiziata all’alba del 2 luglio 1838 in via dei Cerchi con l’accusa di uxoricidio. Riletto oggi, l’episodio evidenzia la distanza rispetto al sistema penale contemporaneo: non solo per la pena capitale vigente nello Stato Pontificio, ma anche per un contesto giudiziario privo di adeguate garanzie.

L’esecuzione fu affidata a Giovanni Battista Bugatti, detto Mastro Titta, boia ufficiale del Papa, figura emblematica di una giustizia pubblica e spettacolare, scomparsa insieme alla pena di morte. Secondo le cronache, vi assistette una folla numerosa, attratta dalla notorietà dell’imputata e dalla dimensione collettiva dell’evento. I processi si svolgevano con rapidità e tutele limitate: difesa carente, assenza di reali possibilità di appello e scarsa trasparenza nelle indagini.



Geltrude, accusata dell’omicidio del marito, un agiato bottegaio romano, giunse al patibolo al termine di un procedimento controverso, le cui dinamiche non furono mai del tutto chiarite, alimentando dubbi già tra i contemporanei.

Oggi un caso analogo verrebbe affrontato con strumenti profondamente diversi: indagini scientifiche, perizie e maggiore attenzione al contesto relazionale e alla violenza domestica. Si racconta che la giovane affrontò la morte con dignità, in un silenzio interrotto dal brusio della folla, immagine emblematica di una giustizia insieme punitiva e spettacolare.

Oggi via dei Cerchi è attraversata da passanti ignari di quanto vi accadde quasi due secoli fa. Eppure il caso della “bella Geltrude” continua a interrogare gli storici, quale simbolo dei limiti della giustizia pontificia e di un sistema in cui la pena capitale era anche rappresentazione del potere. Un mondo profondamente diverso, per fortuna, da quello attuale, in cui lo Stato non esercita più il potere di togliere la vita e la dignità dell’imputato — colpevole o innocente — è riconosciuta come valore inviolabile.

Rapisarda Giordano Pietro 3^SA—  LOMBARDO RADICE —  GRAVINA DI CATANIA (CT)

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