Un viaggio non annunciato nel pieno della crisi in Iran. La missione lampo di Giorgia Meloni in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti non è una banale visita. La premier è il primo leader dell’Unione europea a recarsi nel Golfo dall’inizio della guerra. Gli obiettivi dichiarati dai funzionari italiani sono stati tre: rassicurare i partner del Golfo, difendere la sicurezza energetica nazionale e consolidare la presenza economica italiana nell’area, a partire dagli interessi di gruppi come Eni.
Dietro l’urgenza c’è un fatto concreto: per l’Italia il Golfo non è un teatro lontano. È una parte sensibile della propria galassia economica. Da quella zona arriva circa il 10% del gas e il 12% del petrolio importati dall’Italia. E il Qatar ha sospeso spedizioni di GNL verso l’Italia, con 10 carichi cancellati fino a metà giugno. In altre parole, Palazzo Chigi si è mosso perché teme che la guerra possa trasformarsi presto in una fortissima crisi di approvvigionamento.
Meloni si muove perché teme il peggio
Se il presidente del Consiglio vola nel Golfo senza preavviso, dopo avere già cercato più gas in Algeria e con una successiva tappa prevista in Azerbaigian, il messaggio è chiaro: a Roma non considerano affatto scontata una rapida normalizzazione della crisi. La missione di Meloni si inserisce in una strategia di diversificazione che punta a blindare il più possibile le forniture in caso di shock lungo su Hormuz e sul mercato del GNL.
Questa lettura si rafforza guardando ai numeri dell’economia. La Banca d’Italia ha appena rivisto al ribasso le stime di crescita, portando il Pil al +0,6% nel 2026 e al +0,5% nel 2027, e ha alzato la previsione di inflazione al 2,6% per quest’anno. Nello scenario peggiore, Bankitalia avverte che un prolungato shock energetico potrebbe persino spingere il Paese verso una recessione nel 2027. È in questo contesto che la missione nel Golfo va letta anche come tentativo di evitare che il conflitto con l’Iran arrivi direttamente nelle tasche degli italiani.
La ricerca di una soluzione
La Meloni vuole presidiare una crisi in cui l’Italia deve avere un ruolo politico. Roma intende mostrare solidarietà ai governi del Golfo esposti alle ritorsioni iraniane e riaffermare la propria affidabilità come partner nel Mediterraneo allargato. In questo senso il viaggio è anche un tentativo di collocare l’Italia dentro la possibile soluzione diplomatica o almeno dentro la rete di alleanze che dovrà gestire l’uscita dalla crisi.
La posta in gioco è ampia: energia, sicurezza marittima, investimenti, relazioni industriali. Se la guerra dovesse protrarsi, avere un canale diretto con Riyad, Doha e Abu Dhabi significherebbe per Roma contare di più non solo sul gas ma anche nella successiva ridefinizione degli equilibri regionali.
Il fronte interno: carburanti, accise e bollette
Il governo ha varato nelle scorse settimane un taglio delle accise sui carburanti di 25 centesimi al litro e poi ha approvato un ulteriore stanziamento di circa 500 milioni di euro per prorogare fino al 1° maggio la riduzione delle accise, nella speranza di stabilizzare i prezzi.
Il problema è che, se il conflitto con l’Iran si prolunga, il fronte non sarà solo quello dei carburanti. L’Italia produce ancora una quota importante della propria elettricità con il gas, quindi un rialzo persistente delle quotazioni energetiche può trasferirsi sulle bollette. Il governo ha già varato a febbraio un pacchetto da oltre 5 miliardi per alleggerire il peso dell’energia su famiglie e imprese, ma uno shock più lungo rischierebbe di rendere insufficienti gli interventi tampone e di costringere Roma a nuovi aiuti o a chiedere in Europa maggiore flessibilità sui conti. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha già evocato la possibilità che Bruxelles debba considerare un allentamento delle regole fiscali se la crisi mediorientale dovesse durare.
La chiave politica: riprendersi il centro dopo la sconfitta nel referendum
C’è poi il capitolo più politico. La missione nel Golfo arriva subito dopo una fase delicata per Meloni. La bocciatura del referendum sulla giustizia è stato un colpo serio alla sua immagine di leader inscalfibile.
In questo quadro, il viaggio nel Golfo può essere letto anche come una mossa per riappropriarsi dell’iniziativa, dopo una passività sulle posizioni trumpiane che ha enormemente pagato alle urne. In tal senso il blitz in atto le dà la chance di risalire la china, mostrandosi decisiva nella gestione di una crisi internazionale che tocca direttamente l’economia italiana. Se la crisi si attenua, Meloni potrà presentarsi come la premier che si è mossa per tempo.
I mercati scommettono ancora su una guerra breve
Il comportamento dei mercati aiuta a capire perché la missione sia stata così rapida. In questi giorni gli investitori stanno oscillando tra due letture opposte: da un lato il timore di uno shock energetico lungo, dall’altro la scommessa su una de-escalation relativamente rapida. Le borse hanno mostrato rimbalzi quando è sembrato possibile un allentamento della tensione, salvo poi tornare nervose non appena sono riemersi rischi di escalation e nuovi rialzi del petrolio. In sostanza, i mercati non stanno ancora prezzando uno scenario di guerra permanente: stanno ancora puntando, almeno in parte, su una crisi breve o contenibile.
Ed è proprio qui che il viaggio di Meloni acquista significato. Se gli investitori stanno ancora scommettendo su una soluzione rapida, un leader politico che governa un Paese esposto come l’Italia non può permettersi di aspettare passivamente. Deve muoversi prima che quella scommessa salti. La missione nel Golfo, allora, è insieme una polizza assicurativa e una mossa politica: serve a prepararsi al peggio, ma anche a far capire che Roma vuole avere voce nella gestione della crisi prima che i mercati smettano di credere in una via d’uscita diplomatica.



