È morto Bruno Contrada, ex dirigente della polizia e del Sisde

È morto Bruno Contrada, ex dirigente della polizia e del Sisde

PALERMO – È morto a Palermo Bruno Contrada, ex alto dirigente della polizia e già numero tre del Sisde, il servizio segreto civile italiano. Aveva 94 anni.

Nato a Napoli, ma palermitano d’adozione, Contrada ha trascorso gran parte della sua carriera professionale nel capoluogo siciliano, dove ha ricoperto ruoli di primo piano nelle forze dell’ordine prima di approdare ai vertici dei servizi di sicurezza.

Il suo percorso professionale si è sviluppato nell’arco di oltre trent’anni, passando dall’attività investigativa come dirigente di polizia fino agli incarichi nei servizi segreti.

L’arresto nel 1992 e il processo per concorso esterno

La sua figura è rimasta al centro di una lunga e complessa vicenda giudiziaria. Contrada venne arrestato alla vigilia del Natale del 1992, l’anno segnato dalle stragi mafiose in Sicilia, con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.

Nel 1996 arrivò la prima condanna a 10 anni di reclusione. La sentenza venne però ribaltata nel 2001 dalla Corte d’appello, che lo assolse. La vicenda giudiziaria non si concluse lì: la Corte di Cassazione annullò la decisione con rinvio, portando a un nuovo processo.

Nel 2006 la Corte d’appello di Palermo condannò nuovamente Contrada a 10 anni di carcere dopo una lunga camera di consiglio durata oltre trenta ore. La condanna venne confermata dalla Cassazione l’anno successivo. L’ex funzionario scontò parte della pena tra carcere e arresti domiciliari, fino alla fine della detenzione nell’ottobre del 2012.

Il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo

Negli anni successivi Contrada intraprese una lunga battaglia giudiziaria per ottenere la revisione del processo e il riconoscimento dell’ingiustizia subita. I suoi legali presentarono ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo.

La Corte condannò l’Italia in due occasioni: nel 2014, stabilendo che Contrada non avrebbe dovuto restare in carcere quando aveva chiesto i domiciliari per motivi di salute e rilevando inoltre che, all’epoca dei fatti contestati (tra il 1979 e il 1988), il reato di concorso esterno in associazione mafiosa non era definito in modo sufficientemente chiaro nell’ordinamento.

Contrada ha sempre sostenuto la propria innocenza, ribadendo più volte di aver combattuto per difendere “l’onore di un uomo delle istituzioni” e di non aver mai perso fiducia nello Stato.

Il risarcimento per ingiusta detenzione

Dopo anni di contenziosi, la Corte d’appello di Palermo ha riconosciuto a Contrada un indennizzo per ingiusta detenzione, stabilito in 285.342 euro.

La decisione è stata poi confermata dalla Corte di Cassazione nel 2023, chiudendo definitivamente uno dei casi giudiziari più discussi della storia recente italiana.