Questione sicurezza, le città hanno paura dei loro stessi figli. E noi siamo complici – PAROLA AI CITTADINI

Questione sicurezza, le città hanno paura dei loro stessi figli. E noi siamo complici – PAROLA AI CITTADINI

CATANIA – “Se fossi con mia figlia non mi sentirei al sicuro“, “la sicurezza in città non è cambiata: è stata stravolta”, “Non mi sento più tranquillo come 10 anni fa“. Si dice le cose marce contagino chi gli sta accanto. Violenze, aggressioni – spesso a mano armata – di cui coloro che dovrebbero guidarci in futuro si rendono protagonisti rappresentano un teatro che va in scena fin troppo spesso. Parliamo di persone che non hanno una luce di speranza, una guida. Giovani senza gli strumenti per comprendere le loro azioni, ma che conducono comunque a quell’amaro epilogo: il dolore.

Il dolore di chi si sente inadeguato, di una famiglia che non vorrebbe mai leggere in prima pagina il proprio figlio accoltellato per una felpa, per 50 euro, per un like su Instagram che ingabbia nella schiavitù dell’accettazione, soggiogati a tal punto da non vederci più. Adolescenti nelle grinfie di un egoriferimento digitale in cui specchiarsi non è più necessario.

La sicurezza in città sprofonda nell’oblio: i giovanissimi sempre più protagonisti delle violenze

Per misurare il polso di queste emergenze abbiamo portato i microfoni tra la gente a Catania: il ritratto che ne viene fuori è quello di cittadini intimoriti, disillusi di fronte all’aggressione di un 14enne a Piazza Stesicoro da parte di una baby gang, e alla ferita ancora aperta della violenza sessuale nei confronti di una 13enne alla Villa Bellini. La paura è diventata l’ombra di chi rincasa la sera con le chiavi strette in un pugno come unica arma di difesa. Luoghi simbolo come la villa serrano anticipatamente i cancelli al calar del buio, arrendendosi a un’emergenza che sembra inarrestabile, insormontabile.

Chi ha visto cambiare le nostre città ricorda un’epoca non lontana in cui il rispetto per i più anziani era la regola aurea e vedere i bambini liberi di giocare per strada era all’ordine del giorno. Il tutto è sprofondato oggi in un silenzioso oblio.

Famiglia e scuole nel mirino, ma siamo tutti complici

Il banco degli imputati è affollato: c’è chi accusa un vuoto creato dalle istituzioni, chi sostiene come la vera voragine si apra alla base della piramide educativa, con famiglie più assenti e scuole che – in molti casi – creano barriere fatte di un nozionismo sterile.

Tendiamo a demonizzare l’errore di ragazzi alla deriva, che senza sosta cercano disperatamente di ritornare a un posto sicuro. Non ci rendiamo conto della nostra silenziosa, giudicatrice, inerte complicità.

I giovani ci stanno chiedendo aiuto nel modo più sbagliato e lacerante possibile. Continuare a definirli marci è forse la scusa più adatta per non dovercene prendere cura. Quell’indignazione da tastiera che fa comodo non riempie il posto vacante di una presenza che evidentemente oggi manca. Voltare lo sguardo non è la soluzione. Finché non decideremo di sporcarci le mani per coltivare, il raccolto non potrà che essere questo.

Il punto dei cittadini