ITALIA – Manca ormai poco più di un mese al tanto discusso referendum giustizia 2026 che, nelle giornate del 22 e 23 marzo, chiamerà i cittadini a esprimersi in merito a una riforma costituzionale che punta a incidere sul sistema della magistratura, attraverso il concetto della separazione delle carriere.
Il Referendum Giustizia atteso nel mese di marzo: per cosa si vota?
Il voto consentirà quindi di confermare o respingere la scissione, all’interno dell’organizzazione della stessa magistratura, tra magistrati giudicanti e magistrati requirenti. Nello specifico, secondo quanto si legge nel documento approvato dal Parlamento, si parla della nascita di due Consigli Superiori distinti, ciascuno dotato di una propria autonomia.
Occorre però ricordare che tale, ed eventuale, riorganizzazione andrebbe ad incidere esclusivamente la struttura interna della magistratura, lasciando così la gestione esterna dell’ordine giudiziario alla Costituzione.
Un altro elemento della riforma è l’introduzione di una Corte disciplinare di rango costituzionale, che avrà a cura i procedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati. Questo stesso organo prevede la presenza di magistrati, distinguendosi tuttavia dagli attuali Consigli Superiori, i quali saranno sollevati dalle funzioni disciplinari, ponendo così maggiore attenzione al governo delle carriere.
Infine un ultimo aspetto riguarda la natura costituzionale del referendum, il quale per l’appunto non prevede un quorum. Questa caratteristica, quindi, comporta che la validità del voto non sia in alcun modo influenzata dal livello di partecipazione.
Le posizioni dei partiti, da Giorgia Meloni a Elly Schlein
“Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?”. È questo il testo che, all’interno delle cabine elettorali, precederà le caselle del “sì” o del “no”. In che modo, però, tale bivio è percepito dalle diverse fazioni politiche?
A sottolineare vigorosamente la scelta per il “sì” è l’intero centrodestra, a cui si unisce naturalmente anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, schierata con Fratelli d’Italia. A lei seguono anche il ministro delle infrastrutture e dei trasporti Matteo Salvini, con la Lega, e il leader del neonato partito “Futuro nazionale” Roberto Vannacci. Tra i sostenitori anche Antonio Tajani, esponente di Forza Italia, che ha definito la riorganizzazione della magistratura come parte di quel programma voluto da Silvio Berlusconi. “Rivendicare – aveva dichiarato il ministro degli affari esteri durante la manifestazione – valori. Più libertà, più dignità dello scorso mese – il nostro ruolo centrale di essere protagonisti di quella grande rivoluzione liberale che voleva fare Berlusconi”.
A rappresentare la concorrenza invece, con la preferenza per il “no“, vi sono i partiti Movimento cinque stelle, guidato dall’ex premier Giuseppe Conte, e Alleanza verdi e sinistra, con a capo Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni. Parte del coro anche la segretaria del Partito democratico Elly Schlein, che ha dichiarato come la riforma serva “a chi sta al potere e vuole avere la giustizia al suo servizio, per sfuggire a ogni controllo“.



