14 febbraio, San Valentino: festa degli Innamorati o giorno da dedicare alla Panchina Rossa?

14 febbraio, San Valentino: festa degli Innamorati o giorno da dedicare alla Panchina Rossa?

Ultima notizia di ieri, a Palermo, una Signora esce dal parrucchiere e viene accoltellata alle spalle, da uno squilibrato. Nel 2025, si sono registrati in Italia 97 femminicidi e, nel 2024, ben 116. Non c’è che dire, oggi è un giorno di festeggiamenti o da definire un dì di riflessione, da dedicare alla “Panchina Rossa”?

La violenza umana ha raggiunto livelli altissimi, a partire dalle guerre, rivolte, sommosse, contestazioni sociali, con vittime di bambini, giovani, donne, uomini e anziani, per arrivare ancora agli eccidi in famiglia, con figli che ammazzano le madri e nascondono i corpi, per impossessarsi della pensione.

San Valentino, che sposava giovani innamorati, è il simbolo dell’amore e della protezione delle coppie, ed in nome della Chiesa di Cristo, venne martirizzato dall’Imperatore Claudio, il 14 febbraio del 273 d.c., per aver difeso la fede cristiana. Ma il 14 febbraio, per la città di Catania è una ricorrenza importantissima e ricca di storia dell’ intera Comunità etnea, fino agli anni quaranta – cinquanta del secolo scorso.

La tradizione racconta che il 14 febbraio catanese era legato alle opere di carità dei conventi e orfanotrofi, specialmente tra il XVIII e il XIX secolo, in cui la festa di Sant’Agata (con la sua novena) rappresentava il momento culmine per la vita sociale e la “liberazione” o la svolta per i giovani assistiti. S’, il giorno dopo “L’Ottava di Sant’Agata”, riferita alla conclusione delle Feste Agatine, i Conventi delle Suore aprivano le porte, in un clima di grazia e rinascita, ai giovani orfani o trovatelli, cresciuti sotto la loro custodia e per essere formalmente dimessi, una volta raggiunta la maggiore età. Per le giovani donne, il convento non solo provvedeva a una formazione (spesso nel ricamo o nella tessitura), ma poteva talvolta facilitare una dote o indirizzarle verso il servizio domestico, presso famiglie nobili o, rimanere in convento per intraprendere la vita monastica. Le giovani che desideravano rimanere in convento e consacrarsi a Sant’Agata, intesa come la Santa protettrice materna, lo facevano prendendo i voti e continuando la loro vita all’interno della comunità religiosa.

Gli orfani maschi o trovatelli, accolti nei conventi o nei brefotrofi, come nella “Ruota degli Esposti”, venivano solitamente mantenuti e istruiti fino all’età in cui potevano essere considerati in grado di lavorare o di prendere decisioni autonome. La ruota degli esposti, o “rota degli esposti”, era una bussola girevole di forma cilindrica, di solito costruita in legno, divisa in due parti: una, rivolta verso l’esterno e l’altra, verso l’interno. Attraverso uno sportello, era possibile collocare gli esposti, cioè i neonati abbandonati, nella massima riservatezza, visto che chi portava il bambino o la bambina rimaneva anonimo. I giovani maschi e le giovani donne che non prendevano i voti venivano solitamente licenziati dai conventi e orfanotrofi intorno ai 16-18 anni; a questa età venivano affidati a famiglie come garzoni, apprendisti o domestici, o trovavano lavori manuali, ricevendo talvolta una piccola dote o un corredo per iniziare la nuova vita.

Sì, la suddetta pratica era, per quei tempi, un fenomeno storico diffuso nella Sicilia tra il XVII e il XIX secolo, legato alla gestione dei figli illegittimi nati da relazioni tra nobili, membri della nobiltà e le loro “criate” ovvero le servitrici domestiche. I figli illegittimi, nati dalle suddette unioni venivano spesso allontanati dalla casa nobiliare e affidati a conventi, monasteri o, più frequentemente, alla “Ruota degli Esposti” (istituzioni per l’infanzia abbandonata), per evitare scandali e proteggere il patrimonio legittimo. I padri nobili, pur non riconoscendo ufficialmente i figli, provvedevano spesso a una dote per assicurarne il sostentamento. Questa dote serviva a pagare le suore o le istituzioni che crescevano il bambino o la bambina fino alla maggiore età. La ruota degli esposti era il luogo anonimo dove le madri, spesso costrette dai nobili stessi, o per necessità economica, lasciavano i neonati, che venivano poi accolti dalle suore. Questo sistema era parte integrante di una società fortemente gerarchica, in cui l’onore familiare e la salvaguardia dei patrimoni feudali avevano la priorità sulle relazioni affettive e filiali.

Ma ritornando al 14 febbraio di quel tempo, per molti giovani, quel giorno rappresentava una festa di liberazione e quindi poter avere una vita autonoma, pi “fùjiri” con l’ amata “ca a forza”, oppure in modo consenziente e per le donne, che avevano detto no alla vita monacale, si aprivano le porte per potersi congiungere con il proprio innamorato, o magari, andare a lavorare come criate, o nelle sartorie o ancora nei postriboli e “casi i punta”. Le giovani che desideravano rimanere in convento e consacrarsi a Sant’Agata (spesso sentita come una figura protettrice e materna) lo facevano prendendo i voti, continuando la loro vita all’interno della comunità religiosa. I giovani maschi e le giovani donne che non prendevano i voti venivano solitamente licenziati dai conventi ed orfanotrofi, intorno ai 16-18 anni. I maschi, a quell’età, venivano affidati a famiglie come garzoni, apprendisti o domestici, o trovavano lavori manuali, ricevendo talvolta una piccola dote o un corredo per iniziare la nuova vita. Per le fanciulle che desideravano diventare suore, la situazione era diversa. Sebbene storicamente ci siano state pressioni per monacazioni in età molto giovane, le nuove regole ecclesiastiche, sorte con il Concilio di Trento, convocato da Papa Paolo III, che durò dal 13 dicembre 1545 al 4 dicembre 1563, per rispondere al “Protestantesimo”, diede l’avvio alla Riforma della Chiesa Cattolica, con nuovi dogmi e dottrine che stabilirono la maggiore età tra i 16 e 18 anni, come, anche l’aggiunta del cognome sul certificato di battesimo, unico documento d’identità. Ancora il quel tempo, non esisteva l’anagrafe comunale.

I tempi sono cambiati, ma la violenza e la sopraffazione verso le donne, è una tara ereditaria che purtroppo non cambia mai, nemmeno oggi, come, ahimè, dimostra la cronaca odierna.