PALERMO – Ricorre in questi giorni il quarantennio dall’inizio del Maxiprocesso alla mafia. Come dice il sindaco di Palermo Roberto Lagalla, questo evento è stato “un passaggio che ha segnato una svolta epocale nella storia di Palermo, della Sicilia e dell’intero Paese”.
“Fu un processo che dimostrò, per la prima volta in modo chiaro e inequivocabile, che Cosa nostra poteva essere indagata, compresa e colpita come un’organizzazione criminale unitaria – continua Lagalla -. Tutto questo fu possibile grazie alla straordinaria capacità investigativa, al rigore giuridico e al coraggio civile di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, insieme a tanti magistrati, forze dell’ordine, collaboratori e servitori dello Stato che hanno pagato anche con la vita il loro impegno nella lotta alla mafia“.
Il maxiprocesso non è stato solamente uno dei più grandi eventi giudiziari italiani, bensì, “un atto di riscatto collettivo”.
“Rappresentò la risposta dello Stato a chi pensava che la violenza e l’intimidazione potessero soffocare per sempre la libertà e la dignità di questa città – afferma Lagalla -. Da quel momento Palermo ha iniziato un lento ma profondo cambiamento culturale, fondato sulla legalità, sulla partecipazione e sulla responsabilità civile“.
Il sindaco ci invita a ricordare il nostro passato, per un futuro migliore. “Ricordare oggi quel passaggio storico significa rinnovare un impegno: custodire la memoria di chi ha sacrificato tutto per la giustizia e continuare, ogni giorno, a costruire una città libera dalle mafie, più giusta e più consapevole del proprio futuro”.
Parla il figlio del presidente del Maxiprocesso in onore del quarantennio
“Mio padre è stato semplicemente un bravo direttore d’orchestra.” Inizia Stefano Giordano, figlio di Alfonso Giordano, presidente del Maxiprocesso a Cosa nostra.
“Ricordo che, nei giorni che precedettero il Maxiprocesso, ma anche durante il dibattimento, godette di una serenità che lui stesso definiva quasi ultraterrena – continua -. Era un credente e riteneva che quella serenità gli era stata concessa, proprio in quel momento, perché gli doveva tornare utile per affrontare il tutto. Lui cercava di trasmettere questa serenità anche alla sua famiglia”.
Giordano parla durante la presentazione e proiezione del documentario ‘Il Maxi processo’ di Pasquale Scimeca, a palazzo Bonocore a Palermo, a celebrazione del quarantennio del Maxiprocesso.
“Ricordo perfettamente la mattina in cui ebbe inizio il Maxiprocesso – prosegue Giordano – avevo quattordici anni, andavo a scuola. Mio padre aveva fatto un patto con gli organi dello Stato affinché la nostra famiglia venisse protetta. Ogni mattina, infatti, la scorta mi accompagnava a scuola, poi mi tornava a prendere all’uscita e mi portava in aula bunker dove attendevo, nel retro dell’aula, che mio padre finisse di lavorare, per poi tornare a casa insieme a lui”.
Inoltre, Giordano sceglie di soffermarsi sui lati positivi di essere a così stretto contatto con il Maxiprocesso, contatto che gli ha permesso di incuriosirsi e appassionarsi per il lavoro del padre. “In quel periodo io cercavo di documentarmi su quello che stava accadendo, ero curioso. Spesso proprio in macchina, tornando verso casa, ne parlavo con mio papà, e queste conversazioni ci legavano molto. Da qui iniziai a studiare la vecchia procedura penale, ero molto curioso nel comprendere cosa stesse succedendo. Probabilmente fu proprio il Maxiprocesso che mi spinse ad intraprendere la carriera di avvocato“.
Fonte foto Ansa Sicilia



